"Crash - Contatto fisico" di Paul Haggis

Le radici dell’angoscia

Articolo di Andrea Vesentini - Pubblicato lunedì 28 novembre 2005

Nell’immensa e sterminata Los Angeles, si incrociano - e scontrano - le vite di vari personaggi: un detective di colore, un procuratore distrettuale e sua moglie, due giovani rapinatori neri, un regista afroamericano e consorte, due poliziotti, una famiglia di immigrati iraniani, un riparatore di serrature e la sua famiglia, due coreani... Come in una fine ed inquietante tessitura, le loro storie corrono parallele, si sfiorano e si lasciano, ma chiunque è dominato dalla paura dell’altro, del diverso, di chi potrebbe costituire una minaccia al proprio benessere personale.

Nei mesi immediatamente successivi all’11 settembre, apparve sulle pagine di Repubblica un significativo articolo di Umberto Galimberti, che dipingeva perfettamente lo stato d’animo in cui ciascuno di noi versava - e versa tuttora - dopo quella data famigerata: il titolo, già eloquente di per sé, era "La condizione dell’angoscia". Galimberti traeva spunto dalla lapidaria lettera di un lettore il quale, in risposta ad un articolo di Umberto Eco che analizzava la situazione, recitava semplicemente: "Ma io ho paura". Questa frase sembra accompagnare ogni inquadratura della pellicola: tutti sono perfettamente civilizzati, acculturati, intrisi di legge, doveri e diritti ma pare quasi che questi non possano più regolare i rapporti tra gli individui. Così come in Europa, nell’America contemporanea, dominata appunto dall’angoscia, dal terrore di una sorte imprevedibile, l’uomo non può che tornare alle leggi ferine che ci invitano a considerare il nostro vicino come un nemico, soprattutto chi è diverso perché questi rappresenta l’ignoto, l’incognita incalcolabile, appunto l’imprevedibile che potrebbe rivelarsi in ogni momento come un pericolo concreto. Il razzismo non è quindi letto superficialmente come un’espressione di malvagità, ma analizzato alla sua radice: la paura del non conosciuto vissuto come minaccia.

La pellicola ha tutta la forza e il coraggio delle produzioni indipendenti, con l’aggiunta di un cast di grandi attori che in questo caso rinunciano al loro status di star per mettersi al servizio del nobile messsaggio dell’opera, ma anche della sua analisi spietata della società. I momenti toccanti sono molti, ma mai gratuiti, e sceneggiatura e regia mostrano la loro abilità nell’intrecciare le varie storie (molti hanno notato, giustamente, dei punti in comune con "Magnolia" di Paul Thomas Anderson). Qua e là si trova qualche sbavatura stilistica, soprattutto in un uso un po’ eccessivo del ralenti, ma sono minuzie davanti all’impatto e al funzionamento generale del complesso. L’aspetto più pregevole della pellicola è proprio il non voler condannare il razzismo strisciante e il generale atteggiamento di paura, ma nemmeno giustificarlo: questo sottile equilibrio sostiene tutta la durata del film e ne determina l’umanità, avvalorata anche da una costante ricerca di soluzioni, non un mero piangersi addosso.

Il film di Haggis è perciò decisivo per l’epoca che stiamo vivendo, perché ha il coraggio di mettere allo scoperto la nostra angoscia senza denunciarla, ma dimostrando semplicemente quanto spesso essa possa rivelarsi infondata e portarci ad azioni di difesa irragionevoli: chi cade vittima di questa diffidenza semina altro odio, altro terrore, e perciò lo sforzo di ognuno deve essere quello di dichiararsi indifeso e senza scudi, togliendosi il proprio mantello impenetrabile e lasciando che l’altro si scopra in tutta la sua ricchezza. Ma non tutto è così roseo: la frase del lettore di Repubblica, "Ma io ho paura", torna alla mente come un oscuro ritornello: è possibile nei tempi che corrono trovare la forza di lasciarsi indifesi, quando da un momento all’altro si potrebbe guardare fuori dalla finestra del nostro ufficio e vedere un aereo che punta dritto contro di noi? Haggis è molto chiaro a riguardo: l’unico contatto possibile fra le persone è lo scontro, la collisione che può risultare letale o curativa, perché scontarndosi si potrebbe scoprire l’innocenza e la vulnerabilità dell’altro, ma anche annientarlo. La pellicola chiude su un ennesimo incidente che coinvolge un white american, un’afroamericana e un orientale, ed in questo assemblamento casuale traspare tutta la bellezza ma anche la contraddizione di un paese che ha saputo unire in sé tante culture senza arrivare mai, però, ad un amalgama perfetto: e mentre la camera si alza verso il cielo mostrando tutta la grandezza della metropoli e tutte le vite e le storie che essa contiene, gli Stereophonics cantano "So maybe tomorrow I’ll find my way home" - forse domani troverò la strada di casa - per ora, purtroppo, quest’obiettivo non sembra ancora realizzabile.

Titolo originale: Crash

Nazione: U.S.A., Germania

Anno: 2004

Genere: Drammatico

Durata: 113’

Regia: Paul Haggis

Sito ufficiale: www.crashfilm.com

Sito italiano: www.crashcontattofisico.it

Cast: Sandra Bullock, Don Cheadle, Matt Dillon, Jennifer Esposito, William Fichtner, Brendan Fraser, Ryan Phillippe, Thandie Newton, Terrence Dashon Howard

Produzione: Bull’s Eye Entertainment, Paul Haggis Productions

Distribuzione: Filmauro

Data di uscita: 11 Novembre 2005 (cinema)