Letture di autori classici e moderni per delineare le peculiarità di una lingua ancora vitale
Si è svolto nell’atmosfera cordiale del Bistrot de Venise un incontro dedicato al dialetto veneziano nella sua espressione letteraria, in particolare nell’ambito della poesia.
I relatori -Tiziana Turchetto, Renato Collier e Federico Fontanella- hanno proposto letture di celebri scrittori veneziani del passato confrontandoli con l’impiego del dialetto in autori contemporanei per mettere in luce alcune tappe della sua evoluzione. L’attenzione era rivolta soprattutto alla parlata popolare, quotidiana che ancora oggi riecheggia tra le calli.
La Turchetto ha introdotto l’argomento fornendo una propria interpretazione del rapporto tra dialetto e scrittura: secondo l’autrice lo scritto è un metodo per trasmettere il dialetto che raggiunge risultati poco fedeli rispetto alla dimensione orale, dato che non è possibile riprodurre cadenze e suoni. D’altra parte l’alfabeto fonetico è avvertito come qualcosa di freddo e poco spontaneo, inadatto ad essere utilizzato nelle poesie dove invece è necessaria una leggerezza che le possa avvicinare alla fluidità del parlato.
Poi l’autrice ha esaminato la situazione generale del dialetto ricordando come sia possibile ancora oggi avvertire differenze di parlata –seppur minime- tra un sestiere e l’altro la cui memoria è tramandata attraverso l’oralità. In particolare vi sono alcune zone, come Dorsoduro e Cannaregio, che hanno subìto l’influenza della terraferma, mentre altre, come le isole, che rimangono più conservative sia perché sono al riparo da contaminazioni, sia perché hanno mantenuto in vita gli antichi mestieri legati alle barche e alla pesca. La Turchetto ha infatti invitato a rilevare nei testi in programma la presenza di parole ormai cadute in disuso proprio perchè designano una realtà ormai scomparsa, quella di mestieri o giochi andati perduti.
L’incontro è proseguito con le letture di brani tratti da insigni autori quali Goldoni (“La casa nova”), Casanova (“L’Iliade tradotta in veneziano”) e Riccardo Selvatico (“Metempsicosi”).
L’intervento di Fontanella ha sottolineato gli elementi linguistici oggi scomparsi o percepiti come antiquati emersi dai testi presentati: il termine “cufolar” (accovacciarsi), il mestiere dello “sgualdo” (tappezziere), il termine “braghera” (imbracatura per il ventre), l’avverbio di luogo “arente” (davanti), l’uso della forma “voi” al posto di “vogio” ecc.
Si è poi passati alla lettura di sonetti dei relatori scritti nel dialetto moderno (“In questura”, “El nonsolo”, “El paltò”, “El burcio” di Renato Collier e “La Marèa”, “El postin” della Turchetto). Si tratta di un dialetto di stadio recente ma ricco di espressioni oggi poco conosciute dal pubblico più giovane come “barba” (zio), “sapapian” (persona che cammina lentamente con circospezione), “squerarol” (fabbricante di gondole), “boter” (fabbricante di botti), “moecante” (pescatore di granchi), “gua” (arrotino), “caregheta” (aggiustatore di sedie), “burceo” (tipo di barca usato nei traghetti).
Al termine è stato avviato un dibattito incentrato principalmente sull’origine del termine dialetto, forma dalle connotazioni negative che indica una lingua “nemica”, contrapposta a quella ufficiale mentre dai parlanti è invece avvertito come lingua madre.
L’incontro è stato un’occasione per interrogarsi sul dialetto e sul suo valore nei tempi attuali, nonostante si sia assestato nei termini della rievocazione nostalgica di realtà scomparse percepite come più autentiche e più valide. In particolare si è sentita la mancanza di un vero e proprio esame della situazione odierna e degli eventuali sviluppi futuri attraverso una più ampia ottica di tipo linguistico che ne garantisse un approccio sistematico. Probabilmente lo scopo conviviale dell’evento e il suo rivolgersi ad un pubblico non specializzato hanno influenzato in modo decisivo la scelta delle tematiche da mettere in campo, facendo optare per un tipo di trattazione senza grandi pretese.