L’Andalucia, per Alain Gomis, non è solo una regione, ma una condizione dello spirito. Nell’omonimo film presentato alle Giornate degli Autori della 64° Mostra del Cinema di Venezia, opera seconda del regista franco-senegalese, l’Andalucia raffigura il punto di arrivo dopo un sofferto percorso interiore.
Yacine, parigino di origini algerine, vive in una roulotte, svolge lavori saltuari ed è confuso riguardo alle proprie origini. Deve considerarsi un algerino? Un francese? Che atteggiamento assumere con i propri amici, alcuni dei quali nei guai con la legge e perseguitati da un razzismo che a lui è stato risparmiato? La soluzione e la pace interiore (jamm) potrebbero nascondersi a Toledo.
L’opera, realizzata dal cineasta che si era fatto notare al suo esordio con Afrance, si presenta come poetica e frammentaria, e mette in luce alcune sentite tematiche d’attualità: l’appartenenza ad un gruppo, la reazione di fronte ai soprusi e l’assuefazione ai luoghi comuni, il senso di disagio provato da chi non sa più riconoscersi. Yacine è "un vero arabo, non mangia maiale", ma suo padre si è convertito al cristianesimo. Non vuole un lavoro fisso, perchè ancora deve trovare il suo spazio. Non ha una fidanzata, perchè le donne che incontra sono per lui fantasmi, figure esili e sensuali che si muovono in una dimensione diversa dalla sua. A creare la complessità del personaggio figure di contorno, ricordi, dubbi ed ossessioni (l’azione di Pelé come metafora della vita, la divertente sequenza della visita al museo Grevin, dove il protagonista, in mezzo a tanti miti dell’occidente cristiano, può solo guardare sotto le gonne svolazzanti di una Marilyn Monroe di cera).
Il film di Gomis si presenta da subito come un intarsio, o un arabesco, nel quale tutti i frammenti vivono di vita propria ma che, se visti nell’insieme, creano un’immagine affascinante, misteriosa e coinvolgente. Se però l’autore si fosse dimostrato più coerente nella scelta delle sequenze, e ne avesse eliminate alcune, la delicatezza e il sentimento di solidarietà sarebbero emersi anche con maggiore forza: in molti punti il film annaspa in una serie di improbabili visioni felliniane, in ultima analisi inutili. Il bellissimo finale è rovinato da una chiusura estremamente simbolica di cui non c’era bisogno, ed in alcuni momenti la sapiente e luccicante struttura narrativa sembra scoprire gli artifici retrostanti, emanando non più leggerezza, ma gusto kitsch: purtoppo la poesia non nasce dalle visioni cerebrali o incomprensibili. Gomis fa del suo Yacine un "Candido" che indaga il suo mondo interiore con ingenuità, sofferenza e credibilità, ma non riesce sempre a traformare in immagini ed in movimenti di macchina questo naufragio emotivo. Ci troviamo di fronte ad un film "da festival". Purtroppo, in questa situzione, non si tratta di una definizione lusinghiera.
anno 2007 durata 90’ 35 mm colore paese Francia/Spagna
regia di Alain Gomis
Sceneggiatura Alain Gomis e Marc Wels
Cast Samir Guesmi (Yacine), Delphine Zingg ("Elle"), Djolof Mbengue (Djibril), Bass Dhem (Moussa)
Fotografia Benoit Chamaillard
Produzione Mille et Une Productions e Mallerich Films Paco Poch