"L’essenza della Bhagavad Gita"

Una nuova edizione di un capitale testo induista

Articolo di Saverio Simi De Burgis - Pubblicato venerdì 19 ottobre 2007

Da pochi mesi è uscita una nuova edizione della Bhagavad Gita, uno dei testi sacri induisti più studiati in occidente e rispettato da filosofi come Kant, Hegel e soprattutto Schopenhauer che la definiva “l’opera più istruttiva e sublime che esista al mondo”.

La Bhagavad Gita, Il canto del Signore, è un testo cardine dell’induismo - appartiene a una tradizione spirituale che risale a qualche millennio fa, - e può, per molti versi, sicuramente intendersi come la base da cui ha tratto spunto tutta la tradizione letteraria occidentale delle cosiddette lingue indo-europee. Per la sua struttura poetica può essere, infatti, concepita come uno dei primi esempi di poemi epici cavallereschi che proliferarono in occidente attraverso Omero, e in seguito tramite i testi tramandati in lingua d’oil e d’oc, per lo meno fino al magnifico Don Quijote di Miguel de Cervantes.

In tal senso si può interpretare la componente iniziatica di cui è intrisa la Bhagavad Gita assieme a tanta letteratura sacra fra le maggiormente diffuse religioni, compreso il cristianesimo, quest’ultima una delle più sincretiste, avendo attinto da altre fonti anche dai precedenti culti orientali. Nello specifico del sacro testo indù, si tratta di un poema scritto nell’antica lingua sanscrita in cui si narra la storia del cavaliere Arjuna che si trova ad affrontare diverse battaglie cruciali, in certi casi contro gli stessi parenti e amici e di conseguenza esita a imbracciare l’arco per colpire con le frecce. Ovvio che sia come paralizzato da mille dubbi e sconforti e per tale motivo ne soffra. Ma Krisna lo invita ad agire e lo induce, da prode auriga del suo carro, all’azione per affrontare con coscienza, ma allo stesso tempo con indifferenza di fronte al risultato, positivo o negativo che sia: importante è l’azione a prescindere dalla vittoria o dalla sconfitta, anche perché - riportano sempre i versi del poema, - sarebbe costretto da mille fattori contingenti ad agire comunque. Il puro atteggiamento devozionale nei confronti del Signore, attraverso un’azione non caratterizzata da egocentrismo per soddisfare il proprio sé, ma assecondata da un continuo senso di sacrificale offerta e preghiera, conduce il ricercatore ad acquisire uno stato di coscienza che deve continuare a mantenere costante fino all’ultimo momento della propria esistenza terrena. Alla fine l’oggetto del poema è l’opportuna ricerca esistenziale, nel giusto equilibrio tra spirito e materia, che Arjuna conduce per trovare alte motivazioni di vita tra le varie difficoltà che gli si presentano e che deve affrontare per realizzarsi in Dio: in sostanza si tratta delle analoghe situazioni in cui ogni essere vivente si imbatte più o meno coscientemente durante la propria esistenza materiale. In tal senso studiando la Bhagavad Gita con un approccio devozionale e non strettamente filosofico, si possono trarre quei necessari benefici per conseguire un’autentica serenità e felicità alla quale molti di noi naturalmente tendono. Ulteriore strumento per contrastare il mondo delle false illusioni frutto di una pseudo-cultura e di un’erronea educazione che contribuisce a ottenebrare le menti, è la sana pratica dello Yoga che in sanscrito significa unione di corpo, mente e anima: “Ti ho così spiegato la suprema saggezza dello Shankhya. Ora ascolta la saggezza dello Yoga, con la quale, o Partha, spezzerai le catene del karma”, così recitano gli ultimi versi del decimo capitolo.

Con assoluta lealtà nei confronti di Paramhansa Yogananda (1893-1952), il primo grande maestro indiano trasferitosi in Occidente con lo scopo di diffondere la pratica dello Yoga e la meditazione ribadendo che l’essenza intima di ogni religione consiste nel cercare la via dell’unione con l’Infinito al fine di raggiungere la “realizzazione del sé”, Swamy Kriyananda (J. Donald Walters) all’età di 81 anni – dal 2003 ha deciso di trasferirsi in India, nelle vicinanze di New Delhi – pubblica ora tale suo prezioso contributo che si basa sostanzialmente sui semplici e illuminanti commenti già enunciati dal maestro su una delle più autentiche e vere scritture di saggezza pura attraverso cui è possibile ritrovare Dio. Di questo ne era profeticamente convinto Parhamhansa Yogananda.

L’essenza della Bhagavad Gita, commentata da Paramhansa Yogananda, nei ricordi del suo discepolo Swamy Kriyananda, Ananda Edizioni, Gualdo Tadino 2007, pp. 523, € 20,00.

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