“Stonewall” di Roland Emmerich

L’anima del movimento GLBT

C’è una panchina, in Christopher Park nel Greenwich Village di Manhattan, dove dal 1992 siedono due statue di figure femminili umane e, accanto, due maschili stanno in piedi. È il monumento in bronzo laccato di bianco realizzato da George Segal per commemorare la rivolta di Stonewall.

All’epoca in cui si svolgono gli avvenimenti di questo film ovviamente le statue non c’erano ancora, ma noi che sappiamo, notiamo che Il film inquadra più volte il parco e la panchina ancora senza le statue ed è una continua emozione, come se da un momento all’altro Danny, Ray Trevor e gli altri protagonisti della storia potessero cristallizzarsi lì, in quelle statue in atteggiamento così naturale e vivente.

stonewall
La sceneggiatura, di Jon Robin Baitz, crea il personaggio di Danny (Jeremy Irvine), gay di provincia, bello e sprovveduto, che arriva nella Grande Mela per frequentare l’Università. Seguendo le sue vicende, lo spettatore fa conoscenza del mondo omosessuale che si sviluppava intorno al Village e al bar Stonewall, quello che dà il nome ai fatti. Incontriamo così molti personaggi, in particolare l’androgino Ray (bravissimo Johnny Beauchamp), coraggioso e altruista, spesso pestato a sangue da “clienti” tanto danarosi quanto violenti e viziosi. Danny comprende che il controllo fiscale non è che un pretesto di facciata per la polizia che fa “retate” a Stonewall in realtà per incarcerare i gay. Retate che culminano la sera del 28 giugno 1969. Pochi giorni prima la comunità gay aveva pianto la morte della stupenda Judy Garland: ma il provinciale Danny non la aveva mai nemmeno sentita nominare…

" STONEWALL " Photo by Philippe Bosse
” STONEWALL “
Photo by Philippe Bosse

La pellicola, uscita in Italia il 5 maggio 2016, è stata accolta negli Stati Unita da molte critiche, obbiettivamente immeritate, analogamente a come era stato criticato il memoriale di Segal. Ma in entrambi i casi si stratta di rappresentazioni sintetiche e idealizzate della realtà. Si tratta qui di una fiction, non di un documentario, e necessariamente personaggi e avvenimenti vengono visti attraverso una lente che in parte plasma la realtà al servizio della sceneggiatura.
Tuttavia la grandissima professionalità del tedesco Roland Emmerich, regista di film di straordinario impatto (Stargate, Independence Day, Godzilla, The Day After Tomorrow) ha saputo confezionare un lavoro di sicuro pregio, dotato anche di quella lieve, sottile ma immancabile patina di ironia che lascia allo spettatore un piacevole sapore di – mi si passi il gioco di parole – gaiezza anche nei momenti drammatici. Così come Milk e molti altri, non è il primo, ma non sarà nemmeno l’ultimo film sulle rivendicazioni dei diritti GLBT ma in questo tempo travagliato, che ha maledettamente bisogno di eroi, i timidi, deboli, fragili personaggi di questa storia prendono a poco a poco sempre più coscienza di sé e alla fine ci mostrano che cosa siano coraggio, solidarietà, determinazione.

E anche rassegnazione, perché anche questa battaglia non è vinta del tutto: ci sono e purtroppo e ci saranno ancora per chissà quanto tempo (la cronaca lo mostra quotidianamente) discriminazione e pregiudizio.