“Tabl (Drum)” di Keywan Karimi

Teheran a tinte fosche

Selezionato dalla commissione autonoma della Settimana della Critica, Tabl (Drum) è il primo film di finzione del premiato documentarista iraniano Keywan Karimi, basato sull’omonimo romanzo di Ali-Morad Fadaei-Nia. Il regista è tristemente noto per la sua recente condanna a un anno di carcere e 223 frustate per vilipendio dell’Islam e propaganda contro lo Stato, che gli impedisce di essere in questi giorni a Venezia.

Recuperando il bianco e nero de L’avventura di una coppia sposata, il cortometraggio che tre anni fa fece la sua fortuna, Karimi ambienta la vicenda tra i sordidi vicoli di Teheran, una città marcia in cui, come a Sodoma, è impossibile trovare un uomo onesto. Del protagonista, un avvocato che riceve da un cliente un misterioso pacchetto, non conosciamo il nome, così come degli altri personaggi: l’unica cosa che sappiamo è che questo pacchetto deve contenere qualcosa di importante, tanto da attirare l’attenzione di alcuni soggetti che faranno di tutto per averlo. Per trarsi d’impaccio, l’avvocato si avventura nel labirinto urbano della metropoli, facendo incontri che risultano surreali pur nella loro banalità: spesso, quando si avvia un dialogo, non possiamo sentire le parole scambiate dagli interlocutori, coperte da un rumore che varia a seconda del contesto, mentre le conversazioni che udiamo chiaramente riescono comunque criptiche o incomprensibili.

drum articolo

E’ chiaro insomma che il film non vuole essere narrativo: anzi, quel poco che si carpisce non fa che aumentare il disorientamento. Ciononostante, gli interpreti di questo incubo metafisico sembrano muoversi tra i meandri della città fatiscente con una meta ben precisa: il loro girovagare diventa così un pretesto per mostrare senza fronzoli il degrado morale e sociale di Teheran, piagata dalla povertà, dalla mancanza di infrastrutture, dalla criminalità. La formazione documentaristica di Karimi è evidente, dal momento che opta per una regia decisamente non cinematografica: riscontriamo appunto la predilezione per la camera fissa, per piani sequenza interminabili che avanzano un millimetro alla volta, per angolazioni sbieche.

Karimi, avendo ottenuto dal governo un’autorizzazione valida solo per girare documentari, ha dovuto agire in clandestinità durante le riprese, cosa che inevitabilmente ha limitato la sua libertà d’azione: piuttosto che agli interpreti, affida allora il compito di illustrare la decadenza della capitale alla capitale stessa. Le stanze fatiscenti, le latrine intasate, i cantieri abbandonati parlano da sé e coprono con la loro voce –uno scroscio d’acqua, un suono di tamburi– le parole che forse potrebbero offrire una via di scampo a noi e all’avvocato: l’impressione complessiva è quindi quella di una prigione, la prigione dello status quo che il governo si ostina a mantenere.

E’ difficile dire quanto sia dovuto alle restrizioni statali e quanto all’intenzione autoriale, ma questa ambiguità di Karimi di certo non giova al suo lungometraggio: lo scorrere del tempo narrativo e il montaggio non rispettano alcuna convenzione, dilatando oltre la sopportazione dello spettatore le sequenze, il quale finirà per venire stordito da questo ritmo perdendo di vista la semanticità dell’insieme. Pertanto, per quanto si possa rimanere affascinati dalla suggestività della fotografia e dall’intento critico, Tabl è un film che difficilmente si può apprezzare durante la visione e che oscilla pericolosamente tra il registro del cinema e quello del documentario.