giovedì, Maggio 14, 2026
Home Cinema Film “Tag – Real Oni Gokko” di Sion Sono

“Tag – Real Oni Gokko” di Sion Sono

Corri Mitsuko, corri!

Terzo dei cinque film girati nel 2015 dal sempre più prolifico Sion Sono, Tag, presentato al Torino Film Festival 2015, si presenta come un “horror di formazione”, un film frenetico e convulso in cui si mescolano una dichiarazione di cinema (elemento comune degli ultimissimi lavori del regista) e un’analisi delle conseguenze delle imposizioni sociali sull’individuo, questa volta viste attraverso la figura di una ragazza adolescente.

La ragazza in questione, Mitsuko, è in gita scolastica. Il pullman sul quale si trova però viene tagliato improvvisamente a metà da un’apparente forza sovrannaturale e lei, chinatasi casualmente a raccogliere una penna, è l’unica sopravvissuta. Così inizia a correre per scappare da quell’assassino invisibile, ma improvvisamente si ritrova in una scuola che non è la sua, in cui però ogni persona sembra conoscerla. Ma ancora una volta è una strage, e ancora una corsa a perdifiato, e poi un’altra tanto inspiegabile quanto surreale e tragicomica strage e così via… Il film infatti sembra procedere per livelli, come in un videogioco, ovvero una serie infinita di “chi ce l’ha” (il titolo internazionale Tag è proprio la traduzione del nome italiano del gioco) nei quali Mitsuko deve continuare a scappare; ma tutto ciò ha una spiegazione?

Sono ha sempre indagato sul rapporto tra società e individuo con i suoi film, ogni volta in chiave differente: si passa dal concetto di inadeguatezza e dal suicidio come mezzo di totale riappropriazione di se stessi di Suicide Club, alla mancanza di identità all’interno della famiglia di Strange Circus, fino all’implosione del singolo dinanzi agli ideali di realizzazione personale nel lavoro e di competitività promossi dalla società giapponese di Cold fish. Questo Tag invece richiama direttamente Guilty of Romance per l’attenzione rivolta, senza moralismi di sorta o approcci banali, alla figura della donna e al suo ruolo all’interno della collettività.
Ma a differenza di quest’ultimo (che era un dramma familiare e sociale) Tag è un film decisamente surreale. Una delle amiche della protagonista continuerà appunto a ripetere che la vita è surreale e che tutto può accadere, portando a sostegno di questa tesi la teoria degli universi paralleli, anticipando inoltre anche la soluzione dell’intero film.

Ma questo surrealismo estremo e fortemente splatter, che quasi mina l’unità strutturale del film, serve a Sono per raccontare un’altra volta la storia di un giovane che corre. Nei film del regista nipponico i ragazzi corrono sempre, anche quando non c’è più speranza, andando incontro all’autodistruzione e non accettando la resa. Tag, dunque, pur viaggiando sopra le righe, ha la stessa vena malinconica di molti altri film del regista coreano. Mitsuko continua a scappare fino a quando non sarà più possibile farlo, perché si trova all’interno di un gioco, soffocata dalla componente maschile (che tuttavia compare solo negli ultimi dieci minuti), così come l’uomo è soffocato dall’autorità che lo spersonalizza.

Ma l’apice di questa tematica si raggiunge con la componente meta-cinematografica del film: è lo stesso regista a giocare con il film e con lo spettatore. Gioca con lo spettatore perché gli fa apparire il film per quello che è fin da subito (qualcosa di assurdo e irrealistico), ma questi se ne rende conto pienamente soltanto alla fine, comprendendo solo in quel momento l’intento autoriale, tanto che il climax causa nello spettatore stesso una sorta di “senso di colpa”. Egli infatti ha appena visto un’opera in cui lo splatter e il non-sense si confondevano, in cui effetti speciali eccessivi si sposavano con momenti di completa follia; ma l’intento di Sion Sono era proprio quello di mettere questi elementi in un parossistico primo piano per poi svelarne bruscamente il background e lo sfondo, lasciando lo spettatore dinanzi all’essenza del film, alla sua “nudità”. Così il pubblico non può far altro che rispecchiarsi nei videogiocatori del finale, con conseguente “colpevole” imbarazzo.
_ Tutto questo è perfettamente in linea con Why dont’you play in hell? e Tokyo Tribe, film con cui il regista esprime tutta la sua passione per il mezzo-cinema e con cui si rivolge apertamente agli spettatori, concedendo loro una fiducia enorme.

Perché Sono in Tag usa in fondo gli stessi stilemi che hanno reso noto in tutto il mondo Takashi Miike, ma al contempo, fruendone, li parodizza e li calpesta: egli qui in certo senso dimostra quanto questo modo di fare cinema abbia soffocato le modalità espressive dello stesso e il suo rapporto con il pubblico pensante. In questo modo quel “senso di colpa” nei confronti di Mitsuko si estende anche alla cifra stilistica del film, volutamente, come già detto, eccessiva e sopra le righe: la regia di Sono è ancora una volta anarchica e complessa, fatta di lunghi piani sequenza e movimenti elaborati. Questa volta è intenzionalmente fine a se stessa, ma il suo essere fine a se stessa è comunque in funzione del significato del film perché ne mette in luce il nucleo ludico e l’essenza stratificata.

In conclusione Tag è un film veloce e di rapida fruizione, certamente non è paragonabile per complessità e profondità ai sopracitati lavori dell’autore, ma nella sua linearità è assolutamente compatto: si prende sul serio quanto basta, e può lasciare molto dopo la visione, soprattutto perché va a toccare nel suo intimo il ruolo stesso dello spettatore, includendolo appieno nel suo gioco di scatole cinesi.