Il Teatro dell’Elfo affronta Brecht

Bertolt Brecht è un autore la cui grandezza è stata spesso offuscata dall’ideologismo con il quale i suoi testi venivano affrontati (e che era d’altro canto in parte insito nella stessa struttura drammaturgica), oltre che dai vincoli cui il suo teatro è sempre stato sottoposto sin dai tempi di Giorgio Strehler, allora unico depositario dell’‘ortodossia’ brechtiana per volontà dello stesso commediografo tedesco. Già negli anni Settanta però altri grandi protagonisti delle nostre scene si sono cimentati con questo poeta della scena, basti pensare a Luigi Squarzina, il quale per allestire spettacoli divenuti poi memorabili come Madre Coraggio e Terrore e miseria del Terzo Reich dovette ingaggiare una vera e propria ‘battaglia’ con il Piccolo Teatro di Milano e il suo animatore Paolo Grassi.

Nonostante il nuovo millennio abbia fatto piazza pulita di qualsiasi substrato ideologico, facendo naufragare ogni approccio ‘politico’ alla messinscena, Brecht però continua periodicamente a ricomparire sui palcoscenici nazionali, anche se in misura minore ed episodica rispetto al passato. Le motivazioni di questo ‘ritorno’ – per dirla in poche battute – consistono appunto nella solidità delle commedie di questo colosso del teatro novecentesco, che viene ormai considerato un classico alla stregua di Goldoni o Molière. Non a caso, anche un teatrante assai lontano dalle tentazioni didascaliche come Luca Ronconi alla fine è stato tentato dal fascino brechtiano, che ha fatto breccia in lui già quasi settantacinquenne e ha dato vita, nel 2012, a una splendida versione di Santa Giovanna dei Macelli.

Anche il milanese Teatro dell’Elfo, da sempre attento alla drammaturgia contemporanea, si è voluto recentemente misurare con una delle pièce brechtiane meno note e allo stesso tempo più riuscite sul piano della teatrabilità, Mr. Pùntila e il suo servo Matti, diretta con successo da Ferdinando Bruni e Francesco Frongia anche grazie alla bravura di tutti gli interpreti, che mescolano attori ‘storici’ della compagnia, prima fra tutte Ida Marinelli, e nuove, promettenti leve.

La vicenda presenta un intreccio piuttosto semplice: Pùntila, il ricco, il ‘padrone’ di cui non fidarsi mai, vive una sorta di esistenza schizofrenica: liberale e libertino, generoso e ‘progressista’ sotto gli influssi dell’alcool, che frequenta in modo generoso, è invece gretto, calcolatore e spilorcio nei momenti di lucidità, nei quali però sono prese le decisioni più spietatamente antipopolari e reazionarie. La figlia Eva, vamp e svampita (la convincente Elena Russo Arman), è promessa in sposa a un vanesio e spiantato diplomatico (il caricaturale ed esilarante Umberto Petranca), ma in uno slancio ‘comunistico’ il padre ubriaco la destina invece all’autista Matti (Luciano Scarpa), il quale incarna il prototipo del proletario colto e avveduto che asseconda per necessità i capricci del proprio dispotico padrone. Pùntila, emblema di un capitalismo inaffidabile e da abbattere, in perfetta linea con il pensiero brechtiano, veste i panni dello stesso Bruni, che ne offre una caratterizzazione strepitosa, dosando con sapienza i registri recitativi e immettendo in scena una buona dose di ironia (rendendo così coeso e avvincente il lungo spettacolo, a marzo in tournée al Goldoni di Venezia dopo il debutto milanese del dicembre 2015). Tra i consueti cartelli luminosi e riusciti tentativi di straniamento, che si alternano a versioni e adattamenti ‘popolari’ delle musiche di Paul Dessau, si distingue anche l’ottima, inedita traduzione del regista/interprete, che svecchia e snellisce il geniale tessuto verbale originale.