Anno sorprendentemente prolifico per Hong Sang-soo, con ben tre film, che non hanno mancato di farsi ammirare tra Cannes e Berlino quest’anno. On the beach at night alone s’è mostrato a occhi tedeschi (la produzione, eccezionalmente, è anche teutonica), ma come ci si aspetterebbe dall’autore coreano, è la grazia del far east a regnare sovrana. Come dicevamo con Right now, wrong then, il modello è sempre il medesimo, a cavallo tra cinema e realtà senza palesare il mezzo-cinema restando rigorosamente attaccati a un solo piano di comprensione che viene però destrutturato tra spazio e tempo.

Il tempo è indefinito (come se prima e dopo significassero davvero qualcosa nel cinema), mentre lo spazio invece è prima la costa tedesca e poi quella coreana. Il punto che in questo spazio lungo metà della circonferenza terrestre è l’attrice Young-hee, attrice nella realtà – è interpretata da Kim Min-hee, musa de nostro negli ultimi tempi – e nel film. In particolare più che un’attrice per i giornaloni patri è l’amante di un famoso regista, e pertanto decide di obliarsi dalla scena nazionale per po’, giusto il tempo di riflettere sulla cosa giusta da fare.

Siamo ai limiti del canovaccio, perché di nuovo il nucleo dell’opera non è nient’altro che, banalmente, un’altra – l’ennesima, ma Sang-soo ne saprebbe trovare infinite – delle sfaccettature tra cinema e realtà. Con On the beach at night alone andiamo a indagare con delicatezza sulla catena sentimento-espressione-verità-esplicitazione.

Il gioco, perché di gioco si tratta, l’autore coreano in fondo è un teorico, è basato interamente sul problema di esprimere il sentimento da parte della nostra protagonista quando non sa nemmeno come elaborarlo; e come si elabora, se non attraverso la sua espressione? E da capo questo è l’interrogativo principe di un qualsiasi regista, secondo Sang-soo: in un cinema in cui i limiti sono sempre di meno, anche nel senso che viene meno ogni censura, che relazione s’instaura tra il mostrabile e l’occulto è il tema su cui vale la pena interrogarsi secondo il filo logico del film, senza dimenticare poi quanto è manifesto o meno cambia nella sua natura intima proprio in quanto è permeabile alla piena comprensione.

Infatti non a caso Sang-soo mette al centro una love story in cui la “parte amata” non si vede mai, ma coincide con il film se stesso, in cui la Germania è il luogo della riflessione, della maturazione per quanto riguarda cosa esplicitare nel film e il luogo dell’esplicito per eccellenza, il film ultimato, impresso su pellicola, nella realtà. Il mostrare è il luogo in cui il cinema s’esaurisce e s’origina, quindi attraverso l’espediente dell’alcol prima e dei paradossi grotteschi dopo Sang-soo inizia a dipingere su schermo una sorta di teatro dell’assurdo in cui la protagonista inizia progressivamente e dire tutto quello che pensa, e solo questo le permette di capire cosa è importante cosa no, nel momento stesso in cui una frase viene pronunciata e proprio perché viene pronunciata: l’art pour l’art.

Questo è il cuore pulsante di On the beach at night alone, nonché il motivo per cui quando si parla di Hong Sang-soo non vale la pena parlarne in maniera tradizionale, bensì è molto più interessante comprendere le sfumature rispetto alla sua personale tradizione filmica. Recensito uno, recensiti tutti: il film è sempre lo stesso, cambia l’artista, si potrebbe dire. Con questa sua ultima fatica sembra allontanarsi dai maestri francesi per ripassare il solco tracciato da Shion Sono con Be sure to share, se lo si vuole proprio inquadrare. Resta il fatto che per chi, dopo il film, ha iniziato ad appassionarsi di cinema, che Hong Sang-soo è talmente aggraziato da meritare sempre perlomeno una visione.