Da “Il pranzo di Babette” a “Ratatatouille”; da “L’ala o la coscia” a “Vatel”, passando per “La grande abbuffata” e tantissimi altri: la gastronomia al cinema si è rivelata spesso anche più interessante  e stimolante che a tavola. Per lo più vincente. A questa regola non fa eccezione il delicato e pulito film di esordio del regista israeliano Ofir Raul Graizer, che è riuscito a “sfornare” questo delizioso “bonbon” con soli 150 mila euro.

Naturalmente non c’è solo cibo, ma anche un problematico rapporto omosessuale (forse un vago richiamo a “Le fate ignoranti” di Özpetek?) e un complesso incontro – scontro di culture solo apparentemente simili ma in realtà profondamente diverse.

Thomas è un pasticcere di Berlino, tondo e burroso; Oren, suo cliente e buongustaio, è invece scattante e torbido. Quest’ultimo è un israeliano che capita assai spesso e per lunghi periodi nella capitale tedesca per lavoro. Tra i due si instaura una relazione, ma il rapporto è complicato dal fatto che il forestiero ha moglie e figlio che lo attendono a  Gerusalemme. “Non potrei mai vivere una doppia vita come te” confessa il candido Thomas al fascinoso Oren, il quale abbozza; ma non ha scelta.

Ben presto però è il destino che sceglie per lui: Oren rimane ucciso in un incidente, a pochi passi dalla sua casa in Israele.

Thomas lo viene a sapere solo dopo pazienti indagini; ne è ovviamente sconvolto, tanto da decidere di andare lui stesso nella patria dell’uomo che ha amato, per conoscere anche il lato a lui ignoto della vita di costui. Riesce farsi assumere come pasticcere nel bar di Anat, la giovane vedova, e a poco a poco i due si avvicinano, pericolosamente. Thomas infatti apprende a sue spese, con umiliazioni e affronti, quanto siano severe e stringenti le regole degli ebrei ortodossi, non solo in fatto di cibo, ma anche di rapporti umani. Capisce quanto riuscissero a essere liberatori e felici per Oran quei periodi a Berlino, lontano dall’opprimente società e dall’occhio intransigente del fratello integralista. Capisce come la sua presenza costituisca anche per la bella Anat un’occasione per affrancarsi dalla tradizione e emanciparsi come persona e come donna.

Il finale è aperto, ma ciò che avvince e appassiona è il viaggio, come in un lungo cammino in Paesi ignoti,  il rapporto umano che cresce nonostante i divieti, nonostante tutto. Vediamo il giovane tedesco, buono come il pane, fatto oggetto di un rancore lontano per colpe da lui non commesse: eppure lui è sempre rispettoso e gentile, sottomesso, quasi si sentisse responsabile, per il solo fatto di essere tedesco, degli orrori del nazismo.

Bravissimi gli attori, ottima la fotografia e perfetta la direzione del trentasettenne regista, emerso grazie anche a un programma di formazione della Berlinale Talents. Il film (titolo originale The German Cakemaker) girato finalmente nel 2017 tra Berlino e Gerusalemme  dopo una  ricerca dei finanziamenti durata anni, è stato ripagato da un brillante successo.

In Italia è stato presentato nella sezione “Cinque Pezzi Facili” della 33° edizione della rassegna “Lovers” di Torino.