Sarebbe relativamente inutile ripetere ancora una volta come la TV satellitare stia incontrando più di una difficoltà nell’opporsi alle piattaforme streaming, ma, ridondante o meno, è un fatto, e chi paga in questo caso è la HBO. Da canale avanguardistico e temerario a Telepiù nel giro di due o tre anni, dopo il fallimento di Vinyl, i vertici a capo della produzione non abbandonano la traccia d’ambientazione anni ’70-‘80 ma sono costretti a richiamare al lavoro una garanzia come David Simon, per The Deuce.

Il plot

Deuce è una strada, quella strada che diverrà poi famosa per aver dato i natali, spazialmente parlando, all’industria del porno in un’America che il moralismo proibizionista l’ha superato ma non lo sa ancora. In questo contesto assistiamo alle vicende dei fratelli Vincent e Frankie Martino – entrambi interpretati da un James Franco abbastanza in forma –, del loro cognato Bobby Dwyer – l’onnipresente Chris Bauer – e della prostituta Candy Merrell – una Maggie Gyllenhaal che cede al fascino del piccolo schermo – sul vecchio sfondo della criminalità italo-americana, del racket dei protettori e, eccezionalmente, della nascita della pornografia come vero e proprio business (con annesse conseguenze sociali e politiche). Da un lato abbiamo i classici gemelli diversi, un Vincent gran lavoratore acuto e cauto che spesso si scontra con Frankie, godereccio e allergico a ogni tipo di organizzazione, che si muovono negli anfratti periferici della nuova età dell’oro nonostante gli accordi con la mafia, dall’altro Candy e il mondo della prostituzione che questo radicale cambiamento sono obbligate ad affrontarlo di petto.

La serie

The Deuce riprende come tematica Boogie Nights di P.T. Anderson in modo abbastanza esplicito, e declina tutto alla maniera di Treme più che di The wire. Tanto arzigogolata nella struttura narrativa quando semplice nella successione degli avvenimenti, la serie di Simon si instrada fin da subito lungo i binari del racconto corale, portando in scena prima dell’aspetto descrittivo una sorta di affresco di vita vissuta quanto più genuino possibile del tempo. In breve, è il personaggio che conta in The Deuce, viene calcata la mano non tanto sulla caratterizzazione dei personaggi quanto sulla loro rete di relazioni, di scambi, di consigli impliciti di modus vivendi che ognuno può dare all’altro. Simon costruisce strato dopo strato il suo ritratto di una Manhattan molto rococò, con svolazzi e riccioli che in questo caso vengono sostituiti da luci al neon e insegne varie che vanno a coprire lo sporco, rimasto invariato. La mafia governa le strade, ha pieno controllo sulla classe lavoratrice (complici anche le fasi finali del lento declino dell’URSS, la cui ombra stagliata alle spalle dei sindacati diviene sempre più evanescente), mentre i protettori si godono la territorialità a patto di non dare fastidio ai pezzi grossi. In questo clima instabile si fa strada quella mentalità incatenata all’americanismo della libera impresa, del primato intuitivo applicato al mercato. The Deuce, senza la voglia di mettere fretta al discorso narrativo orizzontale si limita, in una stagione molto tranquilla, a delineare le basi per il cambiamento incombente. La criminalità organizzata cerca di rimanere saldamente aggrappata a un business che vola così alto da poter approdare direttamente nelle grandi case di produzione, la figura del pappone viene desautorata (non c’è più bisogno di saper tenere in riga qualche ragazza, non è più la parte femminile disagiata a essere sfruttata) per far spazio a una nuova ondata borghese alla ricerca di riscatto sociale attraverso il successo economico.

In questo mondo prende corpo la nuova creatura di Simon: con una certa attenzione ai dettagli, la capacità registica di non strafare da parte dei sei tecnici succedutisi dietro la mdp (tra cui un James Franco che si conferma capace dopo un paio di prestazioni discrete), una buona alchimia fra attori, The Deuce sfonda nel panorama televisivo moderno più per la sua solida compattezza che per i suoi voli pindarici alla ricerca di estasi pseudo-estetica da “cinema per pigri” o per il voler distinguersi a ogni costo andando oltre i propri limiti.

Cosa aspettarsi dalla seconda stagione

Rinnovata subito per un secondo ciclo di episodi per la prossima annata, The Deuce è un ulteriore prova a favore del vecchio detto “squadra che vince non si cambia”; per carità, avrà uno stile dall’aria stana e un po’ tramontata, ma finché funziona… Probabilmente nel prossimo anno vedremo luci ancora più accecanti, con un sostrato di sporcizia ricoperto dalla prima facile ondata di successo e denaro ed eccessi, destinata a essere spazzata via dall’onda ancora più grande dell’esplosione dell’AIDS. Fa sempre piacere vedere come quella tv dei primi anni duemila, mai incensata on la giusta misura, che ha trasformato l’intrattenimento seriale da spazio tra una pubblicità e l’altra a epopea narrativa di qualità, possa ancora farsi sentire.