C’è voluto niente di meno che il demonio in persona per riportare il veterano di Hollywood William Friedkin dietro alla macchina da presa a sei anni dalla sua ultima fatica, il thriller Killer Joe. Il mostro sacro del cinema statunitense ha infatti presentato fuori concorso alla 74a Mostra del Cinema di Venezia il film  The Devil and Father Amorth, documentario che guarda al mondo degli esorcismi con gli occhi di chi, più di quarant’anni fa, ha cambiato per sempre il ruolo delle possessioni demoniache nell’immaginario collettivo con un capolavoro come L’esorcista. Friedkin decide di raccontare l’ultimo esorcismo dell’arcinoto esorcista Padre Amorth, scomparso l’anno scorso, integrando nel documentario interviste a neurologi, psichiatri ed esperti del mondo dell’occulto, compreso l’autore del libro e della sceneggiatura del suo capolavoro, ovvero lo scrittore William Peter Blatty a cui è dedicato il documentario.

Nella prima parte del film Friedkin racconta il suo rapporto con il mondo delle possessioni demoniache e dell’occulto in generale prima e dopo le riprese de L’esorcista e, soprattutto, prima di assistere di persona ad un vero esorcismo. Ad accompagnare questa parte iniziale, una serie di richiami più o meno espliciti a L’esorcista, tra ritorni sulle location del film e citazioni registiche. Fatta eccezione per questi piccoli momenti che impreziosiscono la pellicola, l’approccio di Friedkin è diretto e semplice, quasi televisivo, appunto documentaristico. A dominare il documentario è però la lunga ripresa in tempo reale del nono e ultimo rito di liberazione dal demonio da parte di Padre Amorth su Cristina, una donna tormentata da anni da comportamenti strani e inspiegabili, attribuiti a quello che il sacerdote e altri intervistati chiamano un malessere spirituale. A seguire il lungo e straziante esorcismo sono una serie di interviste a neurologi e psichiatri che non sembrano però a dare una spiegazione razionale alle immagini che il regista ha deciso di mostrargli.

Dedicando un tempo piuttosto limitato all’analisi medico-scientifica, e approfittando del fascino di una figura intrigante come quella di Amorth, Friedkin non sembra voler indagare veramente il mondo degli esorcismi: The Devil and Father Amorth appare infatti come un tentativo di stupire, di tenere lo spettatore attaccato allo schermo utilizzando come espediente sempre l’argomento dell’occulto (esattamente come quarantaquattro anni fa), questa volta scegliendo come mezzo d’espressione non più il film di fiction ma il documentario, nei limiti di un lungometraggio di appena un’ora di durata. Ne è una prova il modo in cui il regista decide di raccontare un evento non documentato dalle immagini: l’aggressione ai danni di Friedkin e di un suo produttore, mesi dopo l’incontro da parte di un’indemoniata Cristina, all’interno di una chiesa di Alatri. Accompagnate dalla voce narrante dell’autore e da un sonoro degno del miglior film dell’orrore, scorrono immagini della chiesa dove è accaduto il fatto che vanno a riprendere le più note inquadrature del capolavoro del regista.

Se il film può appunto lasciare a desiderare per quanto riguarda una certa ingenuità nelle interviste e una cura non esagerata dell’apparato tecnico (dovuta anche alle limitazioni imposte dai luoghi delle riprese) a salvare il tutto è la passione di chi riscopre con occhi diversi un tema suggestivo che aveva affrontato quarant’anni prima, anche se per sua stessa ammissione in modo un po’ meno realistico e più superficiale (quello eseguito da padre Amorth è infatti il primo vero esorcismo che Friedkin abbia mai visto in vita sua). Il suo contributo al film lo da certamente anche l’irresistibile figura di Amorth, uomo inquietante, solenne e spiritoso e allo stesso tempo che pur trovandosi al centro di un documentario sembra essere uscito dalla penna del più esperto sceneggiatore horror.