Tratto dal romanzo di Baku Yumemakura Il Banchetto dei Fantasmi della Dinastia Tang del monaco Kūkai (2004), The Legend of the Demon Cat (2017) – in originale semplicemente Kūkai – segna il ritorno di Chen Kaige al fantasy ad ambientazione storica di largo consumo, configurandosi come una favola dai colori anche fin troppo sgargianti.

Il monaco buddista Kūkai – interpretato da Shota Sometani, incontrato qui al FEFF già in Yocho di Kurosawa – parte dal Giappone alla volta di Chang’an – capitale della Dinastia Tang (618-907) – per curare con i suoi esorcismi l’imperatore gravemente malato. Appena arrivato, l’imperatore spira davanti ai suoi occhi ma fa in tempo a intendere la causa degli oscuri presagi che incombono sulla casa regnante: lo spirito demoniaco di un gatto nero. Con l’aiuto del poeta Bai Juyi Xuan Huang –, Kūkai identifica nel gatto lo spirito inquieto di Yang Guifei, concubina imperiale ingiustamente uccisa dal precedente imperatore. Facendo ricorso al proprio ingegno, i due amici dovranno placare Yang Guifei prima che la sua vendetta si abbatta su altri illustri membri della corte.

Protagonisti della vicenda sono due personaggi chiave della tradizione classica dei rispettivi Paesi: da un lato Bai Juyi che con la sua poesia fu coscienza critica della dinastia Tang e modello di stile per la letteratura giapponese; dall’altro Kūkai, il primo a riportare in madrepatria i segreti del buddismo esoterico e taumaturgo. A partire proprio dai suoi personaggi principali, The Legend of the Demon Cat è in grado di instaurare un colto dialogo intertestuale – che rimanda al corpus poetico e teoretico dei due – con il pubblico di riferimento e di affascinare al contempo gli spettatori estranei al medesimo universo culturale. Ma al di là delle conversazioni raffinate e dei riferimenti, a stupire è soprattutto la ricostruzione della grandiosa capitale imperiale, scenografie che hanno richiesto quasi sette anni di lavoro.

Tornando all’eleganza formale del suo The Promise (2005) – che condivide con il presente film, oltre all’atmosfera fantasy, anche il periodo storico –, Chen Kaige ne ricupera purtroppo anche i barocchismi, che finiscono per oscurare dietro una spessa patina di computer grafica la minuziosa attenzione ai dettagli del trucco, dei costumi e della fotografia. Gli effetti speciali, spesso visibilmente posticci, aumentano sempre più con l’avvicinarsi del finale: persino i movimenti di macchina più suggestivi – attraverso le strettoie oppure le panoramiche – sono frutto del digitale. Questo accumulo si verifica anche sul piano narrativo, con un profluvio di flashback atto a ricostruire la reale catena di eventi dietro la morte della concubina imperiale.

Da raffinata avventura visuale The Legend of the Demon Cat si tramuta – non troppo presto, quantomeno – in una detective story non molto convincente, che si affretta a sciogliere i nodi rimasti irrisolti sacrificando il ritmo; e per dare un’illusione di continuità tra la prima e la seconda parte, Chen opta per un aumento esponenziale dei trucchi ottici.

Certo resta un film piacevolissimo da vedere ma non altrettanto da seguire, soprattutto per chi non fosse in buoni rapporti con il genere.