“The Meyerowitz Stories” di Noah Baumbach

Era il 2015 quando Noah Baumbach s’imponeva di accelerare per firmare in quello stesso anno sia il lavoro minore Mistress America che il documentario co-diretto assieme a Jake Paltrow De Palma, presentato a Venezia 72. Dopo quella parentesi in coppia così lontana dai suoi schemi, il cineasta americano ritorna all’ovile presentando questo The Meyerowitz stories al Festival del Cinema di Cannes dell’ormai trascorso 2017. I Meyerowitz del titolo sono la classica famiglia allargata disfunzionale mai disdegnata dal cinema di Baumbach che si riunisce in onore di una retrospettiva dedicata al decano Harold (un barbutissimo Dustin Hoffman), scultore di punta nella New York degli anni ’70. Al capezzale di questi si presentano i tre figli Danny, Jean e Matthew – l’ultimo nato in seconde nozze.

Come da manuale, in questa commedia drammatica il nerbo è costituito da tutta la serie di menzogne, non detti, rancori, rimorsi che la famiglia si è necessariamente portata dietro, senza mai affrontare direttamente i conflitti, dopo la separazione – lo svezzamento dalla casa paterna – che ha portato la seconda generazione dei Meyerowitz su strade opposte. In particolare mentre Danny (un Adam Sandler per cui varrebbe la pena ripetere tutte quelle perifrasi usate ai tempi di Ubriaco d’amore di Anderson) è lo stereotipo del perdente, zoppo fisicamente e spiritualmente, incapace di fa fronte alle avversità, terrorizzato dal mondo, incluse la moglie che lo ha la lasciato e la figlia che non è in grado di proteggere pur riuscendo a comunicarci, con alle spalle una carriera da musicista fallito e un futuro incerto, Matthew (Ben Stiller) è quello che la partita con la vita secondo i canoni correnti dovrebbe averla vinta, in quanto aitante broker di successo con una vita giù programmata.

Nonostante tutto, siamo sempre sui livelli di Giovani si diventa, è lo scontro generazionale il fil rouge che collega ogni aspetto della vicenda, spezzata su piani temporali separati da diverse cesure nette. Ancora una volta la generazione nata dopo la guerra secondo Baumbach proietta sui propri figli aspirazioni e incertezze della propria epoca, coltivando da una parte i Danny, che hanno saputo solo rimuginare su quegli interrogativi senza nemmeno abbozzare risposte, trovandosi poi costretti a ripetere la procedura sui figli, e dall’altra i Matthew, che hanno costruito la propria identità sul rifiuto totale del mondo che veniva loro proposto, con tutte le falle del caso, finendo per abbracciare i diktat del pensiero istituzionalizzato anni ’90.

Baumbach si presenta sempre di più quindi come un Wes Anderson un po’ abbottonato e un Woody Allen più rock&rolla, legato al contesto familiar-relazionale e all’incapacità comunicativa che contraddistingue la generazione dei millennials, slegato tuttavia dalla forma-cinema del gioco audio-visuale. Il nostro adora la camera a mano, l’uso violento dello zoom ottico e un sonoro sporco, carsico e poco affine a modellarsi in funzione di una colonna sonora. Tutti questi elemento infatti, assieme al solito montaggio finto-grezzo che tenta di dare l’impressione di fluttuare da un’immagine all’altra senza eccessiva soluzione di continuità sono l’asse portante dell’approccio tecnico alla regia di Baumbach. Film delizioso dunque che nonostante qualche ingenuità (Jean e in generale i personaggi femminili non riescono a sfondare per scrittura o interpretazione, il fattore figlia-di-Danny dà luogo a una messa in scena piuttosto macchinosa) riesce appieno a proseguire il discorso avviato con i precedenti film, in una climax magari non linearissima, ma comunque, anzi, forse proprio per questo, molto ingegnosa e degna d’attenzione.