“Mio padre mi raccontava che da bambino, a Copenaghen, usciva di casa con un cartellino al collo con nome e indirizzo. I miei nonni erano certi che qualunque adulto avrebbe aiutato un bambino in difficoltà. Oggi invece siamo diffidenti…”.
Così Christian, brillante e fascinoso direttore del museo di arte contemporanea di Stoccolma, spiega alle sue due bambine il significato di “The square” la nuova utopica installazione, ossia un quadrato dentro al quale vi dovrebbe essere una sorta di diritto d’asilo, dove tutti dovrebbero trovare tolleranza e avere gli stessi diritti e gli stessi doveri. Paradossalmente però è proprio lui il primo a non fidarsi degli altri dopo che, coinvolto in un assurdo incidente rivelatosi un imbroglio, viene derubato del portafoglio e del cellulare. Come nel precedente lungometraggio “Forza maggiore” anche qui c’è una valanga, in questo caso però metaforica: una valanga che parte da un piccolo evento ma che rotolando si ingigantisce in un tesissimo clima di crescente disagio, che diventa via via ansia, inquietudine, minaccia, terrore, disfatta.

Con questo film, vincitore della Palma d’Oro 2017, più che mai Östlund è riuscito a fare un film di valore rinunciando agli ingredienti tipici del cinema e ribaltandone le convenzioni. Ha tracciato una ironica e intelligente metafora dell’alta società contemporanea, ormai priva della memoria dei solidi valori dai quali è nata, pervasa da un malinteso senso di tolleranza che sfocia in cinismo, dove l’altruismo è soffocato dall’egoismo, la sincerità è una facciata dietro a un inutile e fragile maschera di perbenismo. In questo lacerante dramma borghese, la coscienza che si risveglia è impersonata da un bambino dal viso mediorientale che ritiene di essere stato ingiustamente accusato di furto, cosa in realtà non vera ma possibile. Alla sua richiesta di scuse finisce a capofitto giù dalle scale.


Secondo uno stesso principio di ribaltamento dell’oggettività, una bambina vittima di una scena cruenta desta l’orrore dei benpensanti e lo scandalo generale solo perché è usata strumentalmente come paradossale spot pubblicitario del Museo. Ma a nessuno viene in mente che quella scena provocatoria non è diversa da quanto ogni giorno ci mostra la cronaca dai luoghi di guerra, senza che nessuno ne resti più inorridito.
Ancora come in “Forza maggiore” non vi è un vero e proprio finale, così come nessun evento drammatico è palesemente mostrato fino alle sue estreme conseguenze, quasi che il regista volesse distogliere l’attenzione dello spettatore dal fatto in sé per farlo concentrare su come i fatti si producono e si svolgono, dove, in altre parole, l’importante è il viaggio e non raggiungere la meta.


Tutti gli interpreti offrono una prova di grande valore: in particolare, il cinquantenne danese Claes Bang impersona in modo straordinario il dandy spregiudicato e egocentrico Christian, senza però mai perdere la dignità e la drammaticità del ruolo. Il californiano Terry Notary è un uomo-scimmia impressionante, che fa un’opera d’arte della sfida al limite di ogni regola e convenzione, fino a conseguenze estreme.

Titolo originale: The Square
Nazione: Svezia, Danimarca, U.S.A., Francia
Anno: 2017
Genere: Drammatico
Durata: 145′
Regia: Ruben Östlund
Cast: Claes Bang, Elisabeth Moss, Dominic West, Terry Notary, Christopher Læssø, Marina Schiptjenko, Linda Anborg, Emelie Beckius, Denise Wessman, Jan Lindwall, John Nordling
Produzione: Plattform Produktion, ARTE France Cinéma, Coproduction Office, Det Danske Filminstitut
Distribuzione: Teodora Film
Data di uscita: Cannes 2017 – Compétition
09 Novembre 2017 (cinema)