“The Tree” di André Gil Mata

Siamo in un paesaggio desolato, quasi lunare, in cui si muovono isolati alcuni sparuti rappresentanti di un’umanità in pericolo: un anziano riempie contenitori d’acqua per una comunità invisibile, un bambino fugge non si sa bene da quale pericolo incombente, una donna (reale? un fantasma?) fa la sua improvvisa apparizione in una visione onirica. Una cosa sola è certa: c’è una guerra in corso, ma è difficile definire quale essa sia concretamente.

André Gil Mata è un talentuoso cineasta portoghese, con alle spalle diversi corti, una selezione al Berlinale Talent Campus già nel 2010 e un buon esordio nel lungometraggio, e che ha anche fatto tesoro di un corso di specializzazione alla Film Factory di Sarajevo che gli ha permesso di potenziare la propria esperienza autoriale e arricchire il proprio immaginario visuale. In questo The Tree (Drvo) egli inscena un panorama bellico dell’anima, un paesaggio minacciato e scarnificato in cui un gruppuscolo di esseri umani abbandonati a se stessi fanno dei timidi tentativi di ricomporsi in società, in “famiglia” legata da affetti e fini comuni, nonostante la minaccia costante e invisibile che permea la natura circostante.

Si parlava di immaginario visuale: le citazioni qui percepibili sono più d’atmosfera, di stile e non specificamente d’inquadratura; se il monumentale piano sequenza d’apertura con carrellata all’indietro millimetrica si apre su uno scenario da interni post-atomici alla Stalker, gli esterni e le ossessionanti peregrinazioni in tempo reale fra colline deserte e fiumi notturni possono far venire in mente il Bela Tarr più riflessivo. Ripetiamo, Gil Mata non si muove sui binari di un semplicismo epigonico, ma dimostra di avere imparato la lezione (o le molteplici lezioni? se ci vogliamo mettere anche certo primo Bartas o perfino Fred Kelemen, se la memoria non c’inganna…) per dare così vita ad ossessioni tutte personali.

La trama è illusoria ed essenziale come i grumi esistenziali stilizzati che vediamo sopravvivere sullo schermo: in quella che potrebbe essere una sovrapposizione temporale di seconda guerra mondiale e conflitti balcanici degli anni Novanta, l’anziano Ibro in realtà, più che aiutare un ragazzino abbandonato sulle rive di un fiume acherontico, ritrova in lui sé stesso bambino, in un ricongiungimento di età e portati esperienziali che dovrebbe (e ci riesce) trasmette l’idea essenziale della guerra come stato mentale e minaccia antropologica costante, che prende ogni volta forme e declinazioni diverse secondo coordinate spaziali e temporali intercambiabili.

Gil Mata scava con carrellate meditative canali di penetrazione nella natura bluastra di un territorio post-umano, per poi accompagnare lateralmente il suo (forse) unico personaggio reale in un estenuante ma ponderoso viaggio su barca che diventa quasi flusso di coscienza alla ricerca di sponde conoscitive più sicure: chi è questo quasi-fantasma che raccoglie liquidi per cittadini assetati invisibili, che prova a tendere la mano a un ragazzino che sembra temerlo come il peggiore “fascista” di propagandistica memoria, chi è quella donna che, su una improvvisa campitura innevata, a mo’ di onirica epifania, parrebbe offrir loro una illusoria ancora di salvezza femminile, se il tutto non fosse reso minaccioso da una delle poche accelerazioni ritmiche che la rendono quasi inumana? The Tree non dà risposte per gran parte della sua durata, anche perché privilegia coscientemente il silenzio e la fluidità del discorso interiore, intesse l’atmosfera sonora di fruscii e cigolii, trasformando lo sbattere ossessivo dei contenitori vuoti sulla spalle di Ibro in un nuovo linguaggio materico, in un significante fonico che riempie spazi altrimenti desolati con un rumore quasi-umano, un unico segnale di vita, per quanto metonimico e parziale, per poi aprirsi solo sul finale in una “spiegazione” verbale, non tanto necessaria alla comprensione drammaturgica, quanto a creare la prima linea di contatto emotivo fra il Vecchio e il Bambino, fra l’Ibro che fugge dalle nuove guerre balcaniche e quello che ricorda le minacce degli anni Quaranta…

Il presente diventa memoria, i personaggi si specchiano fra di loro più che nelle opache superfici acquatiche, i vuoti umani e di senso non hanno necessariamente bisogno di essere riempiti, e l’albero del titolo può essere uno di quelli citati nell’epigrafe kafkiana posta in esergo al film, dove “noi siamo come tronchi abbandonati nella neve”, che parrebbe facile spostare con una semplice spinta, ma che dimostrano invece di avere ancora salde radici nel terreno e si oppongono con la loro durezza reale alle nostre timide apparenze e illusioni…

Si potrebbe dire, anche appoggiandosi alle note del booklet di accompagnamento, che questo Albero sia una riflessione intima, l’esternazione essenziale e stilizzata di un quadro mentale di André Gil Mata, colpito al suo primo arrivo in loco dalla “diversità” storica e geografica della Bosnia, vista con gli occhi ancora straniati di un mediterraneo oceanico (egli è nato non lontano da Porto), e re-interpretata su una scacchiera extra-temporale di conflitti sopiti e ricerche di se stessi. O ancora che questo “albero” ben radicato nel miglior cinema meditativo e filosofico europeo sia frutto di una feconda “ossessione”, ispirata dall’“idea di un uomo che vive due guerre nella sua vita e nella sua città”.