“Tiere (Animals)” di Greg Zglinski

Una confusione bestiale

animals
Photo by Wojciech Sulezycki

Un rinomato chef viennese si reca con la moglie fra i monti della Svizzera per arricchire con le ricette locali la propria offerta culinaria, ma dopo l’incontro-scontro con alcuni animali i due si ritrovano prigionieri di una strana catena di inspiegabili avvenimenti.

Un Lynch in minore fra pecore e mucche elvetiche. Così potremmo chiosare lo stravagante Animals di Zglinski, regista polacco finora molto attivo con serie televisive ma che con questo suo ultimo film prova a combinare Strade perdute con i toni surreali del cinema centro-europeo. La scommessa è vinta solo a metà, in quanto non convince fino in fondo il risultato molto macchinoso di un estenuante lavoro di scrittura e riscrittura che sta dietro a questo gioco combinatorio di parallelismi e paradossi cronologici (ben ventotto le versioni di montaggio ipotizzate in fase di work in progress).

Quando Nick e Anna lasciano Vienna per un semestre di ricerca (di ispirazione lavorativa e di se stessi), essi provano in realtà a ritrovare un equilibrio di coppia messo in crisi dalle scappatelle di lui e dall’incertezza emotiva di lei. Ma che ci si trovi lontani da un classico plot sentimentale, e che quello disegnato da Zglinski non sia un menage a trois alla francese lo si capisce ben presto, grazie ad un semplice movimento di macchina rivelatorio che imposta la nostra fruizione in modalità “mondi paralleli”. L’amante di lui, che vive al piano di sopra, si butta dalla finestra, ma la mdp che si muove a cercarne il corpo pannellando verso il basso non lo trova sul selciato. Miracolo? Smottamento temporale? Illusione ottica? Salto di sceneggiatura? O forse è solo la prima delle tante provocazioni sensoriali non sempre riuscite di un progetto che sa molto di matematico e poco di spontaneo?

Non che questo Animals non si lasci vedere con divertimento e una certa dose di sorpresa, ma il cinema dei paradossi temporali, delle sovrapposizioni di spazi alternativi, della surrealtà di sceneggiatura ha forse poco ancora da scoprire, e l’escamotage metanarrativo del testo auto-scriventesi (la storia sarebbe la trama del romanzo che Anna è andata a scrivere nella quiete dello chalet) ci appare un po’ tirato per i capelli. Gli echi filmici e di genere sono numerosi (se si vuole anche il Kubrick di Shining, appunto nella probabile vena di pazzia che colpisce l’autrice del romanzo e forse della storia), ma invece di essere elevati a un nuovo livello a volte sembrano portarci stancamente dentro e fuori da un nastro di Mobius che alla fine stanca piuttosto che intrigare.

Gli animali del titolo sono elementi ricorrenti che servono a portare avanti la trama e le sue bizzarrie: una pecora viene investita dalla coppia prima di arrivare a destinazione, causando loro un danno fisico e uno shock emotivo che potrebbe forse essere usato per spiegare le stranezze che seguono, riconducendole allo statuto di delirio mentale di una donna incidentata. Un gatto parlante si trasforma da semplice ospite dello chalet in abile conversatore e ispiratore di delitti. Un uccellino entra inaspettatamente nella casa dei protagonisti e commette anch’egli un “suicidio” sbattendo violentemente contro la parete.

Oltre alle volute incongruenze eziologiche della sceneggiatura (cosa è successo prima, qual è l’ordine reale degli episodi, alcuni personaggi sono solo sosia l’un dell’altro o agiscono secondo leggi sconosciute alla fisica?…) Zglinski ha sovraccaricato la sua opera di parallelismi simbolici che non sembrano però motivati in profondità: alcuni luoghi di Vienna e delle Alpi svizzere sarebbero uniti da corridoi temporali o dotati di analoghe caratteristiche paranormali, ma il tutto rimane al livello di un gioco combinatorio deittico.

Viene in mente un altro polacco, questa volta un maestro, Skolimowski, che nel suo capolavoro 11 minuti aveva trattato con ben altra energia la condensazione e la successiva dilatazione di spazi e tempi misteriosi, ma (giusto per tornare a livelli artistici più adeguati) anche il dignitoso Coherence di James Ward Byrkit prendeva il gioco molto più sul serio e, pur sempre nell’ambito delle realtà parallele e della post-narrazione, si basava su un sistema di regole interne più pregnante.

Questo Tiere – Animali di Zglinski è un innocuo e carino divertissement che purtroppo, giunti alla metà della proiezione, annoia un po’ chi ne ha capito l’antifona e i meccanismi, e ha subodorato che essi rimarranno fino alla fine una operazione (pregevole, per carità) di formalismo combinatorio.