Il Festival del cinema di Berlino riserva quasi sempre sorprese contro corrente. L’edizione numero 68 della rassegna tedesca ha premiato con il famoso Orso d’oro una pellicola controversa e complicata, che forse andrebbe giudicata da uno psichiatra più che un critico cinematografico.

Pare che sia durata sette anni la preparazione di questo lungometraggio, girato con sfondi bianchi e un po’ azzurri, tutto asettico come in una clinica, come se il film non fosse un film bensì la ripresa di un esperimento psicanalitico. Inizia con immagini di un corpo maschile nudo in primissimo piano, con tutto, proprio tutto quello che il nudo offre. Poi la regista stessa, la giovane rumena Adina Pintilie, è inquadrata dentro la macchina da presa mentre la protagonista (Laura Benson) racconta del suo blocco psicologico riguardo all’intimità, della sua reticenza a farsi toccare. Cambio di scena: Laura guarda un giovane pagato per masturbarsi. Altro cambio: è mostrato l’handicap senza reticenze: in un centro di riabilitazione, ovviamente bianco e asettico, Laura assiste a un esercizio guidato da uno specialista, tra Christian Bayerlein, che interpreta se stesso con la sua grave deformità, in dialogo con un altro uomo che invece ha un handicap psichico (ma per costui è solo finzione, si tratta infatti di  Tómas Lemarquis, interprete di Calibano da giovane in X-Men: Apocalisse, 2016).

Insomma, la povera Laura tenta tutte le strade, anche (o solo?) le più shoccanti e perverse pur di risolvere il suo problema. Ma sempre tutto in un ambiente asettico, tanto che anche l’inglese che i diversi personaggi usano per comunicare tra loro è una specie di lingua franca che non appartiene a nessuno. La protagonista non ha un altro nome, così come non ce l’hanno gli altri che compaiono.  Anche il leitmotiv del film sembra un rebus difficile da sciogliere, quasi una sentenza marzulliana: “Dimmi come mi hai amata, così che io possa capire come amare”. Un assioma che non troverà riposta, o forse sì, ma in un modo tanto generico, facile, banale e istintivo che ci si domanderà, alla fine, se ci voleva tanto per capire…

Certo, originale lo è, questo film, a partire dall’uso dell’inglese nel titolo: non un semplice e consueto “Don’t touch me”, bensì un più inquietante “Touch me not”. originale è anche il apparire la regista all’interno della pellicola, ma sopratutto l’audace e nel contempo pudica naturalezza con cui sono esposte sia certe parti del corpo umano, sia anche corpi deformi e storpi.  Ma ciò non vale, a mio parere, le due abbondanti ore di visione e di dialoghi patologici, pesanti e francamente assai innervosenti. La parte meno sgradita sono stati i brani di colonna sonora interpretati dagli Einstürzende Neubauten.