Era il 1987 quando il neonato Studio Gainax si impose nel panorama dell’animazione d’autore col suo lungometraggio d’esordio, Ōritsu Uchūgu – Oneamisu no Tsubasa – in Italia conosciuto semplicemente come Le ali di Honneamise –, scritto e diretto da un Hiroyuki Yamaga allora poco più che ventenne. Festeggiando – con qualche mese di ritardo – il trentesimo compleanno di questo capolavoro spesso dimenticato, gli dedichiamo nelle righe che seguono un breve omaggio con cui riportarne alla memoria la bellezza senza tempo.

Partiamo contestualizzando l’opera prima di Yamaga nella realtà in cui venne alla luce. Agli

le ali di honneamise
Logo della Daicon Film

inizi degli anni Ottanta la Daicon Film, un piccolo studio fondato da studenti universitari, si fece notare per due corti – rispettivamente Daicon III (1981) e Daicon IV (1983) – realizzati in occasione della Convention Nazionale della Fantascienza di Tokyo: si tratta in sostanza di video musicali in cui la bambina – e successivamente ragazza – protagonista affronta le icone della sci-fi del periodo. Nella loro apparente semplicità i Daicon dimostrarono l’abilità degli animatori, che nel 1985 si riorganizzarono nello Studio Gainax: tra i fondatori figuravano nomi destinati a lasciare il segno, come il regista Hideaki Anno – ricordato soprattutto per la serie Neon Genesis Evangelion (1995-1996) – , il character designer Yoshiyuki Sadamoto – cui si devono i personaggi di Evangelion e dei film di Mamoru Hosoda – e lo sceneggiatore e supervisore degli effetti speciali Shinji Higuchi – al fianco di Shusuke Kaneko nella trilogia su Gamera e di Anno in Shin Godzilla (2016) –, solo per citarne alcuni. Sebbene ultimamente non brilli per originalità – l’ultimo lavoro degno di nota, la serie Gurren Lagann, risale al 2007 –, lo studio è attivo ancor oggi e rappresenta un punto di riferimento nella scena nazionale.

A loro volta, le circostanze produttive contribuirono a fare de Le ali di Honneamise una pietra miliare dell’animazione nipponica. La Gainax poté beneficiare da parte della Bandai di uno stanziamento mai concesso prima a un film d’animazione, pari a 800 milioni di yen – un primato che sarebbe stato presto infranto da Akira (1988) di Katsuhiro Otomo. Dopo un viaggio negli Stati Uniti per condurre uno studio sul design dei velivoli aerospaziali, Yamaga e il suo seguito diedero di fatto inizio ai lavori nell’85, conseguendo un risultato che all’uscita in sala conquistò il favore della critica per lo spessore concettuale e qualità tecnica. Sfortunatamente lo stesso impatto non ebbe sul pubblico, che lo percepì come troppo intellettuale: il film non recuperò nemmeno la metà del budget e la situazione economica dello studio si inabissò.

Veniamo ora al film vero e proprio. In un mondo alternativo molto simile al nostro, il cadetto Shirotsugh Lhadatt, arruolato nel Corpo di Aviazione Spaziale del Regno di Honneamise, conduce un’esistenza dissoluta. A metterlo sulla retta via è la fervente religiosa Riquinni Nonderaiko, la cui fede e gentilezza lo ispirano a dare un senso alla sua vita: Shirotsugh si offre dunque volontario come primo astronauta con l’intento di pronunciare dalle profondità dello spazio un messaggio di pace che tutti possano udire. I lavori di costruzione della navicella e l’addestramento procedono a gonfie vele, ma Shirotsugh ignora che il programma spaziale sarà sfruttato a fini politici dal governo per provocare una reazione militare da parte della nazione confinante, la Repubblica. Nonostante le contestazioni e i tentativi di boicottaggio, il lancio riesce in concomitanza con l’inizio delle ostilità: una volta in orbita, Shirotsugh rivolgerà all’umanità la sua preghiera.

Riquinni e Shirotsugh si dicono addio in vista della partenza

Dinanzi alla qualità delle animazioni e alla ricchezza grafica de Le ali di Honneamise, non si può non restare ammirati dalla dovizia di particolari con cui la visione del regista è stata tradotta in immagini da Yoshiyuki Sadamoto, il cui character design conferisce agli oggetti una forma squisitamente altra eppure riconoscibile quel tanto che basta perché lo spettatore possa ricondurli al proprio corrispettivo reale.

Parallelamente, Yamaga cala i suoi personaggi in uno scenario verisimile e virtualmente vastissimo che allude alla situazione internazionale dei tardi anni Sessanta. La corsa allo spazio che vide contrapporsi Unione Sovietica e Stati Uniti ha qui per protagonisti il Regno di Honneamise e la Repubblica: al primo corrisponde il Giappone, come si evince dalla figura sacrale del re – analoga a quella dell’imperatore –, dal tipo di scrittura e dal livello di sviluppo, caratterizzato da progresso tecnologico e disuguaglianze sociali; più problematico è identificare la Repubblica, per la quale gli autori hanno creato persino una lingua artificiale che è possibile apprezzare in un paio di scene della versione originale – purtroppo ridoppiate nel VHS della PolyGram Video, unica edizione italiana esistente. Per quanto non si possa riconoscere in essa lo spettro di alcuna nazione specifica, l’ostentazione di divergenze ideologiche onde dissimulare mire imperialiste rievoca il clima della Guerra Fredda: le tensioni diplomatiche con Honneamise non tardano a tradursi in un conflitto armato di cui farà le spese non il suolo patrio, bensì un’area geografica sulla carta demilitarizzata – per certi versi speculare a quanto accaduto nel quadrante del Sud-Est asiatico che fu teatro del braccio di ferro tra USA e URSS, come puntualizza Andrea Fontana.

le ali di honneamise

Ma, ancor prima che acuto analista, Yamaga è regista. Nelle sue mani la macchina da presa non è inquisitoria e predilige il campo medio o lungo al primo piano, in modo da mettere in mostra il lavoro certosino realizzato anche per il più semplice fondale. Tra le sequenze memorabili, citiamo quella in cui Shirotsugh, per abituarsi agli sbalzi di pressione, corona il sogno di quand’era bambino volando a bordo di un caccia dell’aeronautica: dopo il decollo, il montaggio concatena dettagli dell’aereo mostrando la perfetta resa della struttura meccanica; ci si sposta quindi nell’abitacolo, dove attraverso soggettive dal punto di vista dei piloti lo sguardo è catturato dal paesaggio all’esterno e dal pannello di controllo: non vi è nulla di decorativo, ciascuna spia è animata e segnala il variare di altitudine, velocità e così via. Tuttavia, la sequenza ad essere rimasta negli annali è senz’altro il lungo flashback in chiusura: attraverso una serie di dissolvenze incrociate accompagnate dalla colonna sonora di un Ryuichi Sakamoto eccezionalmente prestato all’animazione, Shirotsugh ripercorre le tappe della sua infanzia e al contempo della Storia dell’Uomo, passandone in rassegna le invenzioni e il loro impiego a scopi bellici; frattanto, sulla Terra il sole è sorto e Riquinni è sorpresa dalla prima neve.

le ali di honneamise
La Terra vista dalla navicella di Shirotsugh

Il giudizio emesso sul genere umano è lucido e disilluso: come detto a chiare parole dal responsabile del programma spaziale generale Khaidenn, «non è la civiltà ad aver creato la guerra, ma la guerra ad aver creato la civiltà» e a essa dobbiamo molto più di quanto si creda – un aspetto messo in luce a suo tempo da Kubrick in 2001:Odissea nello spazio (1968). Ciononostante, Yamaga sembra scorgere un barlume di speranza nella spiritualità di Riquinni, una spiritualità connessa alle shinshūkyō – «nuove religioni» – che proprio negli anni Sessanta avevano preso a diffondersi in risposta alle esigenze di un popolo smarrito. La tradizione di cui la giovane è depositaria ha poco di orientale: nel pensiero religioso autoctono non esiste un testo rivelato – prerogativa dei monoteismi –, né un Dio con la “D” maiuscola nel senso di nettamente distinto sul piano ontologico e trascendente, né una sola Via per giungere alla Verità, poiché le verità sono molteplici così come le vie eligibili, né un’etica fondata sulla dicotomia Bene/Male o il concetto di peccato. A tal proposito, vale la pena riportare la sezione dell’Era del Fuoco, il mito dell’inizio contenuto nella “Bibbia” di Riquinni che innescherà la conversione di Shirotsugh:

«Allorché Dio creò l’Uomo, questi era come gli altri animali e non possedeva il fuoco. E’ grazie al fuoco che Dio vive in eterno. Dao rubò un ramo ardente e scappò più in fretta che poté, ma il Protettore del Focolare l’aveva previsto e aveva maledetto il fuoco. Dao portò il fuoco a casa e provò a utilizzarlo come faceva Dio stesso. E i sette figli di Dao furono uccisi: queste furono le prime morti del genere umano. E Dio apparve a Dao e gli fece una profezia: “Uomo, – disse – tu sei stato maledetto. I tuoi figli si daranno battaglia, vi sarà tra loro discordia e vivranno nella tristezza. La loro malasorte si diffonderà fino ai confini della terra. Saranno condannati a uccidersi l’un l’altro, fino alla fine dei tempi”».

Dao, sorta di Prometeo, sottrae il fuoco prevaricando il Creatore: questo il peccato originale. Come nell’Antico Testamento, Dio non necessita descrizioni: era lì, si è manifestato al suo servo e gli ha parlato, e tanto ci deve bastare. Senza mezzi termini, ha prefigurato un destino oscuro ma senza precludere esplicitamente la possibilità che gli individui si comportino altrimenti, e Shirotsugh intende: starà a lui usare il «fuoco» – la scienza, prima scaturigine del peccato – a fin di bene e rallentare, anche se solo per poco, la folle corse dell’umanità verso l’autodistruzione. A differenza di Riquinni si rende conto però dei fattori inficianti la purezza del suo ideale: il lancio è in fin dei conti un’operazione di propaganda, con un enorme giro di denaro che farà la fortuna dei soliti pochi mentre la gente muore di fame. Ma malgrado tutto sceglie di credere, e stracciato il comunicato redatto dal governo rivolge il seguente appello:

«La razza umana ha appena compiuto il suo primo passo nel mondo delle stelle. Come un tempo gli oceani e le montagne, anche lo spazio era prima dominio di Dio soltanto. E man mano che diventerà un posto familiare per noi, finirà probabilmente per essere rovinato come qualsiasi altro luogo in cui ci siamo intromessi. Abbiamo guastato la terra, inquinato l’aria, eppure cerchiamo ancora posti dove vivere, e così adesso ci mettiamo in viaggio per lo spazio. Quanto lontano potremo ancora spingerci? Per favore, a chiunque sia in ascolto… Come lo fate non è importante, ma ve ne prego… Rendete grazie per il fatto che il genere umano sia giunto qui. [Signore] abbi pietà di noi e perdonaci. Non lasciare che la via davanti a noi sia avvolta dalle tenebre. Mentre arranchiamo lungo il cammino della nostra peccaminosa Storia, fa’ che vi sia sempre una stella luminosa a indicarci la via».

E’ la supplica di un uomo che si è fatto umile riconoscendosi in qualcosa di più alto, nel segno della morale cristiana. Quest’ultima conclusione è certo discutibile, ma ha dalla sua la forza dell’evidenza e permette di risolvere diversi nodi interpretativi: quanto consapevolmente Yamaga abbia voluto dare un’impronta cristiana al film e se l’abbia fatto poi con l’intento di caldeggiare l’adesione a determinati valori, è un altro discorso.

le ali di honneamise
Il lancio dello shuttle di Honneamise

In quest’ottica, il tentato stupro ai danni di Riquinni si carica di nuovo significato. Nella scena in questione Shirotsugh, attratto dalla ragazza sin dal primo momento in cui l’ha conosciuta, la aggredisce venendo fermato con un colpo alla tempia: l’indomani, quando porge le sue scuse a Riquinni, è costei a essere mortificata per «aver osato colpire una persona così gentile». L’episodio è stato oggetto di critiche da parte di chi vi ha letto una vergognosa concessione alla cultura androcentrica piuttosto che una ridicola semplificazione a livello di caratterizzazione, con Riquinni nel ruolo della brava “giapponesina” sottomessa. In realtà, Riquinni non fa che mettere in pratica – forse con eccessiva abnegazione – la dottrina del perdono: memore del fatto che tutti gli uomini sono intrinsecamente peccatori, non fa sconti a se stessa e anzi si biasima per non aver saputo porgere l’altra guancia. Yamaga riporta così il personaggio – tutt’altro che semplice nella sua psicologia – coi piedi per terra: non è una santa, e chi guarda riesce finalmente a immedesimarsi in lei, a comprendere le contraddizioni del suo iter spirituale in bilico tra anacoresi e proselitismo.

le ali di honneamise
Riquinni è sorpresa da Shirotsugh nell’atto di cambiarsi

Per concludere, che ne è stato dell’eredità de Le ali di Honneamise? La lezione di Yamaga è stata sicuramente d’ispirazione a Hiroyuki Okiura per Jin-Roh – Uomini e lupi (1999), ucronia sugli anni Sessanta ambientata nell’universo della Kerberos Saga di Mamoru Oshii, e lo stesso Otomo durante la realizzazione di Akira aveva ben presenti i nuovi standard che la pellicola aveva stabilito e che la sua avrebbe dovuto superare. Ciò non toglie che Hiroyuki Yamaga, da quel lontano 1987, non abbia più firmato la regia di un’opera d’ampio respiro.

L’unità corazzata Kerberos protagonista di “Jin Roh – Uomini e lupi”

Nell’attesa che il seguito Aoki Uru, ambientato 50 anni dopo gli eventi del primo capitolo e che segnerà il ritorno della coppia Yamaga-Sadamoto, esca come programmato nel 2018, non possiamo che invitare alla visione de Le ali di Honneamise e esternare il nostro dispiacere per la generale indifferenza riservatagli dalla distribuzione home video come dalla comunità di appassionati in rete.