Potrebbe essere ricordato come il film più rapidamente e costosamente smontato e rimontato: in soli nove giorni prima dell’uscita ufficiale, prevista per il Natale 2017, il maestro del cinema britannico Ridley Scott aveva infatti preso la drastica decisione di eliminare tutte le scene già interpretate da Kevin Spacey e di sostituirle con scene nuove, con protagonista l’anziano Christopher Plummer. Motivo della scelta: il timore che il film dovesse per sempre sopportare lo stigma della presenza di Spacey, proprio in quei giorni travolto da accuse per molestie sessuali.

Oppure potrebbe essere ricordato per essere una riflessione quasi fedele su uno dei più clamorosi rapimenti della storia.

Chi nel 1973 era già nell’età della ragione, non può essersi dimenticato della foto in prima pagina su tutti i giornali del bellissimo e spaurito viso del giovane Paul Getty III, rapito a Roma dalla ‘ndrangheta e orribilmente mutilato di un orecchio. I contorni della vicenda furono all’epoca tanto divulgati dai media nostrani e di tutto il mondo quanto al contrario sempre oscuri sono rimasti i dettagli, tanto che ancora oggi molti particolari sono un mistero, così come misteriosi sono rimasti i veri mandanti. Di certo si conosce quanto sventurata, dolorosa e breve sia stata la vita del ricchissimo Paul Getty III.

Scott, maestro del genere fantascientifico, è qui alle prese con fatti veri e relativamente recenti, dei quali va ricostruito ambiente e narrazione. Situazione che il regista risolve con audace disinvoltura, descrivendo la Roma degli anni Settanta con luoghi comuni che richiamano più la Dolce Vita felliniana che gli anni di piombo e mostrando i primi anni di vita del teenager Paul (un credibile Charlie Plummer, nessuna relazione di parentela con Christopher Plummer) come il rampollo ricco e viziato di una casata distratta dal denaro e distruttiva negli affetti.

Stereotipi sommari che son tuttavia peccati veniali, inevitabili per facilitare qualunque spettatore, persino un extraterrestre, a entrare rapidamente nel “mood” e lasciare spazio a ciò che pare più interessante di quella triste e fin troppo nota vicenda. In primo piano nella pellicola vi è infatti lo scontro titanico di due personalità forti e opposte: il patriarca nonno Jean Paul Getty (Christopher Plummer, interpretazione già in odore di Oscar), magnate del petrolio e all’epoca l’uomo più ricco del mondo, via di mezzo tra zio Paperone e il burbero e taccagno Ebenezer Scrooge, e la intraprendente e concreta Abigail Harris (impeccabile Michelle Williams), madre del giovane rapito.

In questo duello ciò che impressiona è come vengano triturati, letteralmente fatti a pezzi, tutti gli altri: a partire dal giovane protagonista, poi appunto mutilato, che aveva solo sedici anni ma era lasciato libero di vagare di notte per Roma, da solo o con compagnie equivoche, di drogarsi e di perdersi. Il padre di costui, figlio del magnate, anni prima separato dalla madre dei suoi quattro figli, appare come un bolso automa intontito dalla droga;  Fletcher Chace (un inespressivo Mark Wahlberg), agente della CIA assoldato dal nonno per trovare il nipote, è uno 007 superficiale e ingenuo. Vi è infine la polizia italiana, lenta e corrotta, incapace di seguire anche i più facili indizi.

Ma il film fa guardare oltre, spinge a riflettere sul fatto che tutto, denaro incluso, possa essere buono o pessimo a seconda dell’uso che se ne fa. Il vecchio nonno sembra amare il nipote e, quando ancora costui è un bambino, in un raro slancio di generosità gli regala una statuetta di un Minotauro, dicendogli di averla pagata pochi dollari ma che in realtà avrebbe un valore inestimabile. Dopo anni la statuetta è ancora tra le cose di Paul. Ma che cosa davvero conferisce valore all’oggetto? Il significato affettivo rappresentato del legame con il nonno oppure il suo presunto valore commerciale?

E che cosa può essere passato per la testa dell’adolescente durante i mesi della prigionia, quando persino il suo rozzo carceriere sembrava più paterno del suo stesso padre ed era riuscito a instaurare con lui una specie di rapporto di amicizia, forse persino di affetto e a suo modo anche di protezione, sentimenti quasi ignoti nella famiglia del rapito, tanto che all’inizio nemmeno la madre pianse per la scomparsa, convinta che il rapimento fosse una messa in scena.

La morte del ricco nonno avvenne due anni e mezzo dopo i fatti, ma il film la fa coincidere con la liberazione del giovane. Un’uscita di scena che sembra volersi richiamare al fatto che Paul, una volta libero, avesse telefonato al nonno per ringraziarlo dell’aiuto ma costui non avesse voluto parlargli. Mi piacerebbe pensare che l’anziano non si fosse negato per sdegno ma per l’imbarazzo e la vergogna per i patimenti sofferti dal nipote a causa del proprio egoismo e della mancanza di fiducia in lui: nemmeno tutti i soldi del mondo lo avevano reso capace di dire “ti voglio bene”, “mi dispiace”, “scusami”. Pur con tutti i soldi del mondo, non si compra l’amore.