Siamo quasi alla metà di questa terza stagione di Twin Peaks, e, come ci si attendeva e sperava, dopo due episodi frammentati e di stallo, il settimo ritorna alla grandezza originaria.

Il punto della situazione

A Twin Peaks, Hawk e Truman leggono tre delle quattro pagine mancanti dal diario di Laura, scoprendo così la profezia di Annie che lo destinava nella Loggia Nera, e contemporaneamente tutti e tre gli Horne iniziano a essere risucchiati dall’entropia della serie: Benjamin inizia a sentire un rumore persistente nel suo ufficio, Jerry è in preda a un terrore atavico, Richard ha lasciato un testimone del suo omicidio e la polizia sta indagando. E mentre i casi omicidio delle prime puntate iniziano a convergere, da un lato Cooper-in-Dougie riesce a difendersi da Ike, informando conseguentemente però tramite la stampa le (parecchie) persone che vogliono ucciderlo, dall’altro BOB-in-Cooper sfodera altre sorprese dal suo repertorio ed evade ricattando il direttore del carcere.

La serie

Puntata non solo densa di eventi dunque, oltre che di primaria importanza, ma anche del genio lynchano che un po’ è mancato all’anima prettamente narrativa degli ultimi due episodi.

Ora le indagini del corpo di polizia di Twin Peaks possono concentrarsi appieno su Cooper e sui suoi ultimi giorni nella cittadina, che ritorna a ricoprire un ruolo di primo piano e a dare informazioni importanti sui vecchi personaggi. Andando con ordine: il corpo del maggiore Briggs non può essere il corpo del maggiore Briggs perché è vent’anni più giovane, tuttavia non sembra esserci altra spiegazione, visto che le impronte sono le sue (anche se il dubbio è legittimo, mancando la testa). Nel contempo l’obitorio vede arrivare una figura vestita di stracci ma non certo con intenzioni francescane, che probabilmente dovrà riparare al fatto che qualcuno inizia a sapere troppe cose. Geniale inoltre la sequenza di introduzione, che sfrutta controcampi e spazi prospettici per creare panico senza alzare il ritmo minimamente, come se fosse casuale. Inoltre dal dialogo tra Hawk e Truman traspare il vero giudizio lynchano su Leland: un veicolo, non un semplice invaso. In soldoni, non è completamente colpa di BOB, ma Leland aveva una parte consapevole, nonché gaudente, certo portata alla luce – ma in quanto preesistente – dallo spirito, non generata ex novo.

Diverso è il discorso Horne, che apre verso Cooper e la Loggia in più modi. Benjamin certo non potrà esentarsi dalla richiesta di render giustizia a Josie, intrappolata nella mura di legno che egli abita, ma la melodia che risuona nel suo ufficio sembra piuttosto quella di una campana tibetana, ovverosia l’introduzione sintomatica del Gigante, che però al contempo sta sorvegliando Cooper perché nell’interesse dell’Equilibrio. Josie è stata causa indiretta della “morte” della figlia Audrey (salvata con l’espediente del coma tra una stagione e l’altra), quindi da un lato il conto sembra essere chiuso, però se il Gigante ha bisogno di far sentire la sua presenza è perché è proprio Audrey a dover giocare ancora un ruolo pesante nella faccenda, attraverso, probabilmente, il rapporto tra BOB e Richard; ma a questo punto è meglio arrivare tra qualche riga.

Molto più semplicemente, invece, il fratello appare in preda alla paura più pura; certo, non è da escludersi che sia un depistaggio dello spettatore (magari si tratta solo un controllo qualità finito male) però il terrore sulla faccia di Jerry rassomiglia a quello provato da quanti hanno visto la Loggia: Josie fu la prima a morire di paura per questo motivo – che stia applicando la legge del taglione? E che ruolo gioca il Gigante? E la segretaria con il marito morente?

Ancora diverso è il capitolo Richard. Il fattore più palese che ci invita a interrogarci su questo personaggio è il fatto che ora sappiamo che è stato anticipato nella prima puntata: 4-3-0 (frase pronunciata da Briggs nel purpureo tripudio) diventa 4:30 (pm), ovvero l’ora dell’appuntamento che Andy aveva dato al pur non lucidissimo testimone dell’incidente, poi non presentatosi. Resta da capire il suo collegamento (“due piccioni con una fava”) con la fantomatica reduce Lynda. Inoltre anche Red ha detto che egli stesso e Richard sono due facce della stessa moneta, e Red ha dimostrato in foreshadowing nel secondo episodio di non essere, come facilmente presumibile, una proiezione. Inoltre, se fa davvero parte della famiglia Horne, non può che essere il figlio di Audrey, ma il ruolo di padre a questo punto dovrebbe essere stato quello di Cooper a questo punto, o, magari, di BOB, vista l’età. E questo ci riporta a quanto si diceva prima ma anche a Cooper e il suo doppelgänger, pur lasciando apertissima la vera essenza di Richard.

Tagliando corto, Cooper riemerge sempre di più dal costrutto riuscendo a disarmare un Ike the Spike in versione pistolero con l’aiuto del Nano, che gli suggerisce il contatto fisico con il killer, bruciandogli così la mano, e strappandogli in maniera pulita un pezzo di carne. Esattamente come successe con i frammenti di pelle della bibliotecaria Ruth nel bagagliaio del suo amante, il preside Hastings. Tralasciando il tono da soap di quest’ultima frase, possiamo dire che Lynch riapre un discorso che sembrava dimenticato in maniera del tutto nuova, collegando una pericolosa rete criminale a una realtà di provincia con delicatezza; ricordiamoci inoltre che il compagno di cella del preside è evaporato, fatto che per ora non trova collegamenti tangibili.

Ma il fulcro dell’episodio è senz’altro BOB-in-Cooper, senza togliere nulla a ciò che lo circonda. Primo fra tutti di nuovo Gordon, che ritorna a ricoprire un ruolo importante nella narrazione; introdotto con un lento carrello che lo coglie in un momento di rilassata riflessione mentre fischietta “Engel” dei Rammstein (già colonna sonora di Strade Perdute) con alle spalle una gigantografia dell’esplosione di Fukushima, il personaggio di Lynch invece un angelo lo è, in quanto funge da mediatore tra BOB e Diane e anche annunciatore quando dichiara indirettamente di sapere di avere a che fare con uno spirito della Loggia. Emblematica la sequenza di quell’yrev corrispondente all’anulare destro (anziché sinistro) nella filastrocca, confermata dall’errore di BOB, che si tradisce (involontariamente? bah) proprio con lo stesso vocabolo, rivelando così che il tono calmo, misurato e meccanico era frutto di uno sforzo per non parlare al contrario. Allo stesso modo è particolarmente intensa la sequenza dell’incontro tra BOB-in-Cooper e Diane, che ricorda un fatto molto doloroso occorso tra loro 25 anni fa, senza tuttavia rivelarne la natura. Che sia una violenza sessuale, è molto probabile, e conferma così che siamo davvero dinanzi a BOB, e non a un semplice doppelgänger: BOB ha nascosto le lettere nel bagno del dipartimento, BOB ha distrutto Diane non tanto con l’atto ma tradendo la sua fiducia, BOB sta distruggendo il ricordo di Cooper, il suo lascito, in modo perverso, imbrattatore, pornografico. Non dobbiamo dimenticarci che il personaggio del fu Frank Silva era ed è un animo volgare e godereccio, uno sfrenato serial killer che si diverte a nascondersi in bella vista, a seminare terrore, a distruggere l’innocenza lì dove la vede. Proprio per questo la sua fuga ne rivela una parte completamente inaspettata: non è affatto in difficoltà (perché osteggiato sia dalle procedure Blue Rose di Gordon sia dalla Loggia stessa), ma è riuscito a risolvere tutti i problemi in un colpo solo. Non solo è in grado di penetrare le menti, come fa con il direttore, ma nella tranquilla evasione ha modo di liberare anche il complice Ray Monroe finito (guardacaso) nella stessa galera, rigorosamente dopo aver ricevuto la visita di Diane, come se avesse atteso solamente che quella, infatti non parla con le guardie se non immediatamente a seguito di essa, e prima mutismo assoluto. Inoltre è la moneta di Red, finita nella bocca del forse figlio di Audrey in coma e BOB, Richard Horne, a guidare Hawk verso fogli nascosti 25 anni prima. La rete criminale di cui sopra della quale BOB-in-Cooper ha fatto parte per più di vent’anni è molto ben organizzata, se non totalmente subordinata a qualche macroscopico disegno dello stesso BOB che non si può ancora cogliere.

Così Lynch non solo recupera quel discorso sul tempo palesatosi nel primo episodio, ma apre addirittura una nuova soluzione di continuità, smontando la tessitura televisiva a suo piacimento: essa, come il suo cinema continua a variare, a conformarsi a quanto l’autore ha di nuovo da dire. Refrattario a rassegnarsi a quanto l’ABC gli impose nel ’91, Lynch riscrive meta-cinematograficamente la logica degli eventi: era finzione e sarà finzione quanto visto, il vero Twin Peaks è solo quello che accade nel momento presente. Niente sequenze mirabolanti o oniriche, ma un livello tecnico in costante innalzamento per tutta la puntata, dalla dilatazione spasmodica dei tempi alla frenesia dell’attentato di Ike, dal grottesco dell’esagitata Janey-E e di un Cooper tontolone ma all’improvviso cobra fino all’indizio più buffo di sempre con il fischiettante Gordon Cole, dall’apparente staticità di alcune scene al puro gioco di sonoro. Sempre pregevole, inoltre, Kyle MacLachlan nel suo doppio (più mezzo) ruolo e straordinaria l’intensità emotiva di Laura Dern, più twinpeaksiana lei della serie stessa. Complesso per la sua costruzione all’interno di un mondo che comunque va formandosi senza che la serie ne risenta veramente, quest’ultimo episodio ci prepara a un altrettanto promettente finale di metà stagione.