Dopo la settimana di pausa ritorna la terza stagione di Twin Peaks, giunta al giro di boa dopo il magico ottavo episodio; inizia quindi la seconda parte di questo revival.

Il punto della situazione

La narrazione riprende il suo corso normale ritornando alla realtà fisica dopo aver ampiamente illustrato la genesi della stessa con il flashback su Laura e BOB. Quest’ultimo è tutt’altro che ferito e, rimessosi in sesto (con l’aiuto di un non proprio lucido Tim Roth), palesa collegamenti non solo con Duncan Todd, ma anche una linea di comunicazione diretta con Diane. Nel mentre il vero Cooper continua lentissimamente a riprendere coscienza di sé, mettendo però allo scoperto il corpo artefatto. Più interessanti sono invece le scoperte delle due squadre d’indagine, l’altro Truman, Briggs Jr. e Hawk a Twin Peaks e il quartetto Gordon, Albert, Tammy & Diane a Buckhorn.

La serie

Come prevedibile (ma in fondo non troppo, ricordandoci con chi abbiamo a che fare) questo nono episodio si imposta su una linea semplice e semplificatoria: alcuni nodi iniziano a venire al pettine, emergono quei collegamenti suggeriti dai primi episodi, nella fattispecie nella rete costruita da BOB-in-Cooper nei 25 anni di vuoto. Se da un lato il primo è piuttosto ovvio – non sorprende che con le risorse in suo possesso sia riuscito a mettere diversi sicari sulle tracce del suo originale – dall’altro la sua relazione con Diane riscrive completamente il personaggio di Laura Dern, già complesso di per sé. È un fatto che annulla quella che sembrava un’emotività sincera nel settimo episodio e la ripropone come una sorta di rapporto morboso, aprendo anche a nuove possibilità relativamente al ruolo giocato da quest’ultima nello squinternato quartetto.

Nonostante tutto, è però questa formazione a riportare l’attenzione dello spettatore sull’etereo Garland Briggs, che adesso acquisisce la funzione di punto di convergenza nell’intreccio. Con anche un po’ di fortuna i tre di Twin Peaks intuiscono lo sdoppiamento di Cooper (seguendo il percorso di una predizione dello stesso maggiore) ed entrano in possesso di una serie di coordinate che permettono di varcare l’entrata tra un mondo e l’altro, come ci viene ratificato dal preside Hastings, invischiato nella ricerca di una Zona con queste caratteristiche. Inoltre, dalla piega che hanno preso gli eventi, appare ormai più che evidente (sebbene non ancora esplicitato) che tutto faccia parte di una tessitura di BOB, a ogni sguardo sempre più ampia e organizzata.

In sé la puntata è “di recupero”, serve a riprendere fiato dopo la tirata estetico-metafisica che tanto ci ha impressionati. Ritornano però le grandi abilità lynchane nel delineare un percorso pur prevedibile; l’episodio regala più approfondimento psicologico di quanto non lasci trasparire al primo impatto. Insiste molto sul rapporto d’amicizia e fiducia sincero che sembra esserci tra Gordon e Diane per poi smontarlo in un’unica inquadratura fugace (con movimento di macchina in avanti che rilascia tutta la tensione accumulata in un unico attimo esplosivo e silente) all’interno poi di uno di quei siparietti grotteschi a cui i novelli quattro dell’Ave Maria ci avevano abituato. Elemento surreale che permane e continua ad animare la serie, tra comicità vanilla, battute taglienti, tormentoni o riferimenti (scherzosamente faziosi) fatti apposta per calamitare l’attenzione su qualcosa che non la merita affatto. Il Lynch personaggio continua comunque a prendersi gioco del pubblico amorevolmente, in modo quasi paternalistico, non svalorizzando la dimensione ludica che il mezzo televisivo permette di esprimere. Questo fatto è permesso anche da una delle chicche più sottovalutate sinora (anche da chi scrive) nella serie, ovvero lo straordinario apporto attoriale, che quantomeno sopperisce ai limiti dei 16:9. Aiutati dalla gestione dei tempi, talvolta estremamente dilatati per creare imbarazzo anche in chi solo guarda, dentro e fuori la serie, un interprete come Laura Dern riesce a dare veramente il massimo.

In conclusione, tra sequenze finalizzate a riportare la serie su di un livello familiare e sipari rimpietivi che ci calano nuovamente nell’atmosfera del vecchio Twin Peaks (Andy e Lucy su tutti), Lynch ci delizia con l’ultima inquadratura, che riprende il trio di Dj del primo episodio, con addosso gli stessi vestiti che suonano la stessa canzone, costringendoci ancora una volta a razionalizzare buona parte di quello che abbiamo visto in un’ottica che trascenda lo scarto tra passato e futuro.