Ci addentriamo più profondamente dunque nella seconda metà di questa terza stagione, con un episodio che riprende i fili della narrazione e inizia a prepararci a più di qualche inevitabile turning point.

Il punto della situazione

Mentre a Twin Peaks Becky deve capire come risolvere il suo rapporto con il marito Steven, questa volta aiutata anche dal padre, che scopriamo essere Bobby Briggs, a Buckhorn, Hastings guida il quartetto FBI nella Zona, rimanendo però ucciso da uno dei woodsmen. Cooper invece continua a non riaversi ma MIKE è costretto ad aiutarlo di nuovo riuscendo a farlo passare dalla lista nera dei fratelli Mitchum direttamente nella grazie di questi ultimi.

La serie

La struttura della puntata è apparentemente semplice, quasi a tenuta stagna: si concentra su poche sequenze dislocate su piani ben distinti, ma nel sottobosco si iniziano a intravedere intrecci non ancora palesatisi. L’episodio inizia con Miriam coperta del suo stesso sangue – per forza di cose trascinatasi fuori dalla roulotte – che compare davanti a tre bambini che giocano in strada. Uno di quei tre bambini poi comparirà alla fine della parte a Twin Peaks città. Ma andando con ordine, Becky ha ereditato la disfunzionalità dai genitori (per certi versi ancora presente in Shelly) e se in un momento di rabbia impugna una pistola per poi andare a stanare il fedifrago Steven in un altro appartamento, il momento dopo cerca di giustificarlo di fronte ai genitori. I tre cercano prima di risolvere il problema quantomeno in teoria, ma prima Shelly dimostra di non essere cambiata fuggendo dalla discussione per appartarsi con Red, poi tre spari vengono esplosi contro la tavola calda. Il tiratore è, per l’appunto, uno di quei tre bimbi di inizio episodio dalla macchina dei genitori. Un altro ragazzino comparirà come zombie nel posto del passeggero dell’auto di una signora costretta in coda dall’incidente. Dunque in quello che sembra un filone secondario si ritrovano elementi di primaria importanza; e il fil rouge che li accomuna è probabilmente uno solo. Il bambino-zombie è la vittima di Richard Horne, presente sulla scena attraverso la figura di Red (“siamo facce della stessa medaglia”), e il ragazzino che ha sparato è quindi stato influenzato indirettamente da Miriam. Che il vero bersaglio fosse Red? Difficile dirlo, perché dopo il delirio (il classico e sempre ammirevole Lynch di suoni e luci ripetuti: clacson e urla da una parte, lampeggianti e sirene dall’altra) non ne abbiamo più notizie

Ma è nel Dakota del Sud che accadono i veri colpi di scena. Non solo la testa di Hastings esplode, secondo un modus operandi non nuovo ai woodsmen, ma Gordon viene quasi risucchiato dalla Zona, che si presenta come un vortice nel cielo. Secondo gli schemi lynchani, la natura circolare dell’epifenomeno rispecchia a pieno la natura ciclica del tempo delle Logge, ma sembra che ci sia qualcosa di più, come una massa che collassa e conseguentemente un luogo dove il tempo di ferma – quello che ha ospitato il maggiore Briggs per vent’anni. Sottratto al risucchio da Albert, Gordon rinviene il cadavere (ovviamente decapitato) di Ruth Davenport. Sul suo braccio sono scritte le coordinate del maggiore Briggs, in possesso in questo momento di Gordon, di Diane (che sembrava volerle memorizzare) e del dipartimento di Twin Peaks; coordinate che portano proprio in quella città, a metà di una delle due montagne eponime. Se si somma il terzo intervento telefonico della Signora Ceppo sul fuoco maligno che lì arde, ne viene la promessa di un incontro-scontro capitale per lo svolgimento degli eventi successivi nella serie. Ma l’interrogativo implicito maggiore per la prima volta riguarda proprio Albert, incarnazione dello scetticismo borghese attorno al quale iniziano a radunarsi svariate ombre. Innanzitutto cerca di sembrare il più stupido possibile dinanzi a Diane, poi la cena con l’anatomopatologa, e adesso nessuna esitazione dinanzi al vortice; sono tutte cose che fanno presagire qualcosa sappia qualcosa in più – perché altrimenti Laura sarebbe apparsa a Gordon?

L’ultimo troncone riguarda, come di consueto ormai, Cooper-in-Dougie. BOB è assente per la seconda volta consecutiva, ma MIKE fa capolino dalla Stanza Rossa comparendo a Cooper e anche a Bradley Mitchum in sogno per tenere il primo in vita. Nonostante siano passati undici episodi, gli espedienti che portano un imbalsamato Cooper ad essere apprezzato sono sempre divertenti, mai banali. Bisogna dunque domandarsi cosa ne verrà fuori, da questa collaborazione, probabilmente Duncan dovrà ricorrere a contromisure drastiche per soddisfare gli ordini di BOB, ma c’è anche la necessità di valutare quali saranno gli esiti dell’esame del DNA fatti dalla polizia, e vedere le conseguenze che avranno gli scarabocchi guidati che a quanto pare hanno messo in luce una parte del giro di affari della rete BOB-Jeffries. Senza contare che un’altra della macchiette comiche della scorsa puntata, cioè Candie, dal confronto ne esce praticamente speculare a Cooper: che sia un altro involucro atto a sorvegliare la situazione?

In conclusione, Lynch e Frost hanno confezionato un altro episodio stilisticamente perfetto, che riesce a fornire bisbigliandoli una serie di indizi importanti e al contempo a far ridere, a provocare, a prendere in giro lo spettatore, sballottato tra una sparatoria che viene immediatamente svuotata del suo significato (assumendone poi uno nuovo) e i giochi mentali e di tensione del trio composto da Albert, Diane e Gordon, all’interno del quale ormai sta venendo giocata una partita di tatticismi silenziosi. Un’altra manifestazione di gran storytelling, che rivela un conflitto nell’atto del suo stesso nascondersi, senza inchinarsi prono alle regole della televisione moderna. Non solo Cooper ci fa ancora ridere nonostante la ripetitività degli avvenimenti che lo riguardano, ma riesce pure a giocare con l’emotività del pubblico, generando frustrazione non svegliandosi pur sembrando sul punto di farlo, negandosi ai continui s-velamenti che farebbero del suo rinsavire un avvenimento erotico. Erotismo che è anche presente nel fuoco che non s’accende in Cooper ma che rappresenta una delle svolte della serie di cui sopra: un fuoco che, come dice Hawk, è più una sorta di elettricità: la natura c’entra ancora poco, le cause e le spiegazione sono nella mani della volontà tecnica di alcuni uomini, e probabilmente nelle prossime puntate, al netto della mancanza di cliffhanger o altri espedienti dozzinalmente espliciti, ne scopriremo l’identità.