Un dinamico «Set Up» per Punta della Dogana

Un inedito modo di fruire gli spazi museali: questo è l’elemento che suscita maggiore interesse nel descrivere le serate di Set Up, svoltesi il 23 e 24 febbraio scorso a Punta della Dogana, nel cuore di Venezia. I magnifici ambienti ‘recuperati’ da François Pinault e utilizzati come polo espositivo a partire dal 2009, per una volta ‘vuoti’, cioè liberi da opere d’arte, assumono una luce nuova, accogliendo un’indovinata miscellanea di musica, performance e danza contemporanea. Dopo la prima edizione, che risale a due anni fa, anche ora lo spettacolo riesce a inserirsi tra una mostra temporanea e l’altra, scovando un ‘pertugio’ temporale tra lo smontaggio dell’esposizione appena conclusa (fino a poco fa i locali hanno ospitato Treasures from the Wreck of the Unbelievable di Damien Hirst) e l’allestimento di quella futura.

Il team di Palazzi Grassi, che ha curato la due giorni, ha immaginato un percorso itinerante, con appuntamenti disseminati in ogni zona dello spazio museale che – con perfetta e inusuale puntualità rispetto al programma – mescolavano appunto forme espressive e approcci estetici differenti. La prima puntata ha visto una formazione di punta dell’elettronico come i tedeschi Mouse on Mars alternarsi – per quanto riguarda le coreografie – a due ‘incursioni’ del CollettivO CineticO, gruppo leader nel panorama italiano di oggi e recente Premio Ubu per il miglior spettacolo di danza del 2017. A completare il ‘menu’ si sono aggiunte le sonorità, anch’esse elettroniche, dell’americana Laurel Halo, che ha presentato una suggestiva performance live, l’appassionante violoncello dell’olandese Ernst Reijseger e l’esibizione surreale e dadaista del progetto OoopopoiooO. Tra i momenti più incisivi del successivo sabato 24 si ricordano almeno il dj set del britannico Matthew Herbert, un’altra autorità del teatrodanza attuale come Alessandro Sciarroni e la musica ‘industriale’ e avanguardistica del collettivo sloveno Laibach. Come si accennava, in un contesto come questo, dove gli artisti ‘modellano’ i propri interventi a partire dallo spazio in cui questi ultimi sono inseriti, particolare rilievo assume la fruizione: «La mobilità all’interno di questi spazi – dice Enrico Bettinello, uno dei curatori – rende il pubblico protagonista dell’evento. Ѐ lui il soggetto cui noi demandiamo la responsabilità di posizionarsi nei confronti di quello che avviene. Ciascuno è libero di passare tutta la sera al bar, come al contrario di mettersi pazientemente in attesa per godere della migliore visibilità. L’idea è far recuperare allo spettatore la centralità della visione, lasciandolo libero di scegliere l’approccio che preferisce di fronte a ciò che gli viene presentato».