Under the shadow è l’opera prima di Babak Anvari, regista iraniano con alle spalle quattro cortometraggi. Presentata al Sundance 2016, ha riscosse critiche decisamente positive, tanto da garantirsi la distribuzione internazionale da parte di Netflix e da ispirare l’ormai prevedibile remake hollywoodiano.

Nella Teheran degli anni ’80, dilaniata dalla guerra con l’Iraq e in progressivo abbandono da parte della popolazione terrorizzata da bombardamenti, Shideh vive un’esperienza particolarmente frustrante. A causa del suo passato da militante non può riprendere i suoi studi in medicina e al contempo il marito (medico) è costretto a lasciare lei e la figlia Dorsa perché incaricato di aiutare al fronte. Ma nel contempo qualcosa di più pericoloso si insinua nelle loro vite. Un djinn, forse, ha infestato la loro casa, e non lascerà mai più libere né Shideh né sua figlia.

Da sempre nella tradizione horror s’è fatto ampio uso della mitologia e del folklore, permettendo maggiore empatia con i protagonisti. La figura del djinn ha già fatto un paio di apparizioni rilevanti nel genere horror (si veda ad esempio Wishmaster, prodotto da Wes Craven) ma mai come ora. L’occidente ha trattato dello spirito di tradizione orientale in relazione solamente al motivo folkloristico dei “tre desideri” (anche al di fuori del genere: basti ricordare Aladdin), ma Anvari ce ne mostra la vera natura, senza storpiature, rappresentandolo come un’oscura presenza che si impossessa di un oggetto caro alle vittime per legarsi a loro e tormentarle, entrando nelle loro teste.

Come evidente, Anvari deve aver inoltre “imparato” la lezione di Babadook. La struttura è infatti molto simile. Una donna con un bambino/a vengono lasciati soli, in balia della paura, e una presenza, come da tradizione esoterica, si insinua all’interno del nucleo familiare (fragile, psicologicamente debole) aizzandone i componenti gli uni contro gli altri. Non diversamente da quanto visto in The vvitch quindi, Under the shadow vive di tempi sospesi, di inquietudini, richiamando quella tradizione anni ’60 che nella sua riproposizione moderna costituisce una minoranza che spesso offre opere interessanti.

Quello che collega, ritornando sul discorso precedente, Under the shadow a Babadook è l’orrore che si fa metafora della sofferenza. Se nel film di Jennifer Kent il mostro “scaturiva” dalla depressione post-partum e dal senso di perdita, in quest’opera il vero orrore è, ovviamente, la guerra. Essa non è contorno o ambientazione, bensì madre del djinn (in senso figurato): in un contesto simile non è solo l’elemento mostruoso a causare l’orrore, ma è la situazione generale che si catalizza attraverso il djinn. L’analisi socio-politica, per quanto possa essere limitata, è comunque di forte impatto: il coprifuoco, la burocrazia, le politiche governative e via dicendo sono tutti elementi di cui il djinn/la paura/il Male è composto.

In conclusione, Under the shadow è un film interessante che apre uno spiraglio a un tipo di cinema condannato, con qualche eccezione, a rimanere nell’oblio. Gestito alla perfezione da un’esordiente, con una regia semplice e quadrata, e potendo inoltre contare sui soliti effetti sonori di cui una pellicola del genere non può fare a meno, il film prosegue aumentando progressivamente il ritmo, accelerando moltissimo nella mezz’ora (di appena un’ora e venti) finale, sublimando una visione già interessante e regalandoci una perla denso di innovazione, per provenienza e disabitudine. Certo, si giace sempre nel ribollire del cinema anni ’70, non si può negarlo ed è per questo che tale tipologia di film inizia a essere sempre meno dirompente, ma d’altro canto non si può negare nemmeno che Under the shadow sia un buon film.