Correva l’anno 1954 quando il lucertolone radioattivo noto come Godzilla seminò per la prima volta il terrore nella città di Tokyo, imponendosi come una delle figure più rappresentative della cultura popolare nipponica. A oggi, il «Re dei Mostri» vanta una filmografia di più di 30 pellicole, di cui l’ultimo è l’ambizioso Shin Godzilla (2016) di Hideaki Anno, finalmente approdato nelle sale italiane. Cogliendo l’occasione proponiamo un breve excursus onde ripercorrere le fortune di questa stella del tokusatsu e sviscerare il franchise in cui si inserisce l’ultimo capitolo.

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Locandina di “Shin Godzilla” (2016), di Hideaki Anno

Partiamo da una domanda semplice soltanto in apparenza, ovvero: chi è Godzilla? Da un punto di vista storiografico, Gojira – questo il nome secondo la fonetica originale, frutto della crasi dei termini «gorilla» e «kujira» (balena) – è una creatura preistorica ideata dal produttore della Toho Tomoyuki Tanaka, ammiratore del King Kong (1933) di Cooper e Schoedsack; il primo film, risalente appunto al ‘54, con Ishiro Honda alla regia e Eiji Tsuburaya agli effetti speciali, presenta due peculiarità che saranno fondamentali per ogni film di Godzilla a venire – almeno fino all’avvento delle tecnologie digitali: un attore in costume a interpretare il mostro e ambienti in miniatura ricostruiti con cura maniacale, tanto da assorbire quasi per intero il budget.

Nell’opera archetipa, Godzilla è risvegliato – e non creato, un’imprecisione ricorrente – dall’anfratto sottomarino in cui riposava da esperimenti nucleari. Una volta emerso, si dirige verso l’arcipelago animato da una furia distruttiva: a fermarlo sarà il professor Serizawa, inventore di un dispositivo – l’Oxygen Destroyer – in grado di disgregare la struttura molecolare del dinosauro, che seguirà nella tomba onde evitare che le sue conoscenze sull’arma finiscano in mani sbagliate.

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“Godzilla” (1954), di Ishiro Honda

Godzilla, pur non avendo nulla di umano, è figlio dell’uomo nella misura in cui è stato modificato dalla scienza, espressione della sua tracotanza, e irrompe nel mondo a stroncare la vanagloria dell’umanità, persuasa di aver inteso il funzionamento del creato e di poterlo manipolare a suo piacimento – e, ancor peggio, di non dover pagare per ciò alcuno scotto. Si tende quindi a dire che Godzilla incarna la paura dell’olocausto atomico di una nazione che, durante il secondo conflitto mondiale, ne aveva effettivamente avuto un assaggio e ne serbava un ricordo vividissimo: di qui la tecnofobia e la diffidenza nei confronti del progresso, che hanno informato la produzione culturale del Sol Levante fino ai tardi anni Novanta. Per contro, il prof. Serizawa rappresenta la figura di scienziato morale e lungimirante che era mancata durante la guerra, ma il fatto che muoia è eloquente: uomini di simile caratura esistono solo nella fantasia e la corsa agli armamenti continuerà, cosa che richiamerà in vita la bestia – per quanto non sia mai spiegato con chiarezza come.

A ogni modo, la matrice antropologica di Godzilla affonda le sue radici in un tempo anteriore alla comparsa delle armi di distruzione di massa, altrimenti non si spiegherebbe la durevolezza del suo successo. Per comprenderla bisogna risalire fino alla prima forma di religiosità comparsa in Giappone, lo shinto – «via degli dèi» – , una sorta di animismo fondato sulla venerazione di divinità definite «kami»: tali spiriti albergano ovunque e non sono passibili di giudizi etici; non sono né buoni né cattivi, semplicemente obbediscono al ciclo della Natura e qualora questo venga turbato, si adirano; i riti sono infatti finalizzati a mantenere l’equilibrio o a ristabilirlo in caso di impurità. Sotto questo profilo, la natura di Godzilla non è dissimile da quella del kami – come comprovato dalle danze rituali che aprono la pellicola di Honda, con cui gli anziani dell’isola cercano di pacificarlo: non si può dire di lui che sia malvagio, trattandosi di un animale che obbedisce all’istinto, ma assolve comunque alla funzione di punire la razza che sta distruggendo il pianeta, e lo fa ripagandola con una dose della sua stessa medicina – le radiazioni che l’hanno provvisto di un soffio infuocato e dell’invulnerabilità alle armi convenzionali.

Per pervenire a una definizione più esauriente non si può però prescindere dagli innumerevoli seguiti e dalla tradizione dei kaiju eiga in generale, spesso declassati a fenomeno di massa ormai esaurito e che invece continua a regalare grande intrattenimento – basti pensare a Pacific Rim (2013) di Guillermo del Toro. Di fatto, per quanto sia fuor di dubbio che tale filone consti di film di serie B e di cassetta, la sua longevità – oltre 60 anni – e prolificità lo rendono un formidabile strumento di analisi sociologica, che consente di apprezzare lo sviluppo della società giapponese quasi senza soluzione di continuità. Ciò è possibile perché, come detto poc’anzi, Godzilla in fin dei conti non è che il concretarsi di paure e frustrazioni di un popolo, e come evolve il primo, così evolvono queste ultime.

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Locandina di “Pacific Rim” (2013) di Guillermo del Toro. Il seguito è stato programmato per il 2018

Operando una selezione dei titoli più significativi, non si può fare a meno di menzionare Il trionfo di King Kong (1962), in cui lo scimmione è fatto catturare e portare in Giappone da un pubblicitario intenzionato a utilizzarlo come mascotte senza prevedere che i due mostri sacri si scontreranno a Tokyo. La caricatura del magnate che per amor del denaro mette a repentaglio l’incolumità della gente ritorna a tinte più fosche in Nel favoloso impero dei mostri (1964), dove l’imprenditore Kumayama acquista con l’inganno l’uovo di Mothra – la falena gigante dell’Isola di Watang, uno dei rari kaiju ad aver ricoperto sin dalla sua prima apparizione un ruolo positivo – , rallentando così la vittoria su Godzilla.

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“Il trionfo di King Kong” (1962), di Ishiro Honda

Dei due film di cui sopra, affidati sempre alla cinepresa di Ishiro Honda, notiamo per prima cosa che i personaggi riconoscono Godzilla: ha perduto la sua aura di straordinarietà, e benché terribile, il suo arrivo è vissuto come l’abbattersi di una calamità naturale, a suo modo rientrante nell’ordine delle cose; in secondo luogo, Godzilla è percepito ancora come negativo, sì da richiedere l’intervento di un antagonista che lo fermi. Tuttavia, il vero “cattivo” non è costui ma il ricco di turno che approfitta della situazione: ne traspare una generale sfiducia nei confronti della classe dirigente, e più precisamente dell’oligarchia industriale che aveva lucrato sullo sforzo bellico sulla pelle di chi era al fronte e che anche ora, nel nuovo (?) Giappone, si trova a ricoprire una posizione preminente.

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“Nel favoloso impero dei mostri” (1964), di Ishiro Honda

A partire dal successivo Ghidorah! Il mostro a tre teste (1964) lo statuto di Godzilla cambia, in quanto sarà lui, assieme a Mothra e Rodan, a difendere la Terra dall’idra spaziale del titolo, mettendo da parte il rancore verso gli esseri umani. Ancora, ne Il ritorno di Godzilla (1966) di Jun Fukuda, viene risvegliato apposta dal suo letargo dai protagonisti, in modo da fargli affrontare la mostruosa aragosta Ebira e radere al suolo lo stabilimento dell’organizzazione che sull’Isola del Diavolo produce bombe atomiche in serie. Godzilla è definitivamente positivo – per non dire materno – ne Il figlio di Godzilla (1967), in cui proteggerà una équipe scientifica delle Nazioni Unite dal ragno gigante Kumonga, sacrificandosi alfine per il suo piccolo finendo congelato.

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Locandina de “Il ritorno di Godzilla” (1966), di Jun Fukuda

Questo slittamento da creatura amorale e devastatrice a paladino del Giappone è parallelo al cambiamento di target e proporzionale – è il caso di dirlo – al progressivo calo di qualità. Nell’arco di poco più di vent’anni dall’originale, un horror che non sarebbe improprio definire «d’autore», si era passati al film d’avventura condito da elementi hollywoodiani – evidenti soprattutto a livello di caratterizzazione – , quindi al film di evasione per bambini, in cui l’elemento umano svanisce pressoché del tutto cedendo il passo ai combattimenti tra mostri di gomma. Sul finire degli anni Sessanta Godzilla era insomma diventato puro merchandising, come spiega bene Gojira Minilla Gabara – All kaijū daishingeki (1969), collage di filmati di repertorio inserito nella cornice narrativa di un bambino che ha per idoli i kaiju, e che proprio imitando le loro gesta riuscirà a sfuggire ai ladri introdottisi nella sua abitazione.

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“Gojira Minilla Gabara – All kaijū daishingeki” (1969), di Ishiro Honda

Con l’ingresso nei turbolenti anni Settanta questa tendenza non si interrompe, ma la critica sociale ricompare, e per certi versi meno sotterranea rispetto al passato. In Godzilla – Furia di mostri (1971) di Yoshimitsu Banno il nostro eroe fronteggia Hedorah, un essere alieno che si nutre di rifiuti riducendo in poltiglia quanto investe col suo alito venefico: è la prima volta che un kaiju si accanisce con tanta violenza sugli abitanti di Tokyo e i loro insediamenti piuttosto che sul suo diretto avversario. Non a caso l’inquinamento era diventato un tema caldo in seguito al caso mediatico dell’avvelenamento da mercurio a Minamata e Niigata, le cui vittime avevano mosso azioni giudiziarie tra il 1967 e il 1969. Le ripercussioni sulla salute causate dagli scarti dello stabilimento della Chisso Corporation erano state denunciate solo dieci anni dopo il loro manifestarsi a causa dell’insabbiatura del governo: queste rivelazioni sbilanciarono il blocco di potere conservatore coagulato attorno al PldPartito liberaldemocratico – , che proprio nel 1971 cedette alle pressioni dell’opinione pubblica con la creazione dell’Agenzia dell’Ambiente. Il tono sessantottino del film, caratterizzato da musica psichedelica e personaggi giovani inclini alla protesta nonviolenta, vuole forse essere un tentativo di politicizzare – senza mai prendersi troppo sul serio – un prodotto che sino ad allora mai si era spinto in maniera così diretta nel dominio dell’attualità.

“Godzilla – Furia di mostri” (1971), di Yoshimitsu Banno

A sua volta, Godzilla contro i robot (1974) di Fukuda si apre con un falso Godzilla – in realtà un gigantesco mecha progettato da invasori alieni – che attacca Angilas – l’armadillo giurassico, storico alleato del Re dei Mostri – e il suo omologo in carne e squame, che rischierebbe di venire sconfitto non fosse per l’aiuto di Sisar, divinità protettrice di Okinawa. Il lieto fine che vede il mostro giapponese e quello di Okinawa unire le forze per mettere K.O. un nemico comune, supportati a terra da alcuni scienziati che hanno a cuore l’incolumità delle Ryūkyū quanto del resto dell’arcipelago, sarebbe un timido augurio di pacifica convivenza fra le due popolazioni, allora decisamente in attrito. Il malcontento degli abitanti di Okinawa era infatti all’apice dal momento che, in occasione dei negoziati per la restituzione dell’isola da parte degli Stati Uniti nel 1972, il governo giapponese li aveva esclusi dalle trattative: i locali avevano visto così svanire l’ultima speranza di autodeterminazione, ed erano esplosi in proteste violentemente represse dall’autorità centrale.

Per quanto concerne la produzione del ventennio ’80 – ’90, si riscontra un rinnovato interesse per l’atomica, un pericolo che alle nuove generazioni del boom economico doveva apparire quantomai lontano ma che faceva parte della memoria collettiva del paese e che Godzilla, in funzione a suo modo pedagogica, fece in modo di riportare alla mente. I costumi dei mostri raggiungono nuovi livelli di dettaglio così come i modellini che compongono i set – affiancati da un più massiccio uso della CG – , ma detto questo non vi sono picchi di originalità: gran parte dei film del periodo vede tornare alla ribalta gli acerrimi nemici di Godzilla, alle cui fila si aggiungono nuove creature, alcune memorabili – vedi Biollante in Godzilla contro Biollante (1989), di Kazuki Omori –, altre facilmente dimenticabili – come lo Space Godzilla del lungometraggio di Kensho Yamashita del 1994.

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“Godzilla contro Biollante” (1989), di Kazuki Omori

Con un salto di un altro decennio, arriviamo alla fine dell’avventura giapponese ante 2016, segnata dal mediocre Godzilla – Final Wars (2004) di Ryuhei Kitamura, celebrante il cinquantenario del capolavoro di Honda. In esso, come nel film del ’74, degli extraterrestri tentano la conquista della Terra, stavolta infiltrandosi nelle istituzioni: per quanto ostentato, il messaggio politico sprofonda nella sequela di battute a effetto e cadute di stile, conseguendo il risultato più deludente all’interno del ciclo del terzo millennio.

Prima di esaminare in separata sede l’ultima fatica di Anno, è bene spendere qualche parola in merito ai remake statunitensi, a cominciare dal Godzilla di Roland Emmerich datato 1998. La vocazione per il genere catastrofico del regista – dai più ricordato per Stargate (1994) e Indipendence Day (1996) – finisce per tradirlo, sicché l’opera risulta impostata come un Jurassic Park ad ambientazione newyorkese dove un dinosauro – che non ha nulla da spartire nell’aspetto con il Re dei Mostri – impazza nella metropoli al fine di trovare un nido dove deporre le sue uova: il tutto condito da un’improbabile spy story, stilemi del film d’inchiesta giornalistica e una stereotipata svolta romantica.

“Godzilla” (1998), di Roland Emmerich

Parimenti, Godzilla, la versione del 2014 firmata da Gareth Edwards, cade nelle semplificazioni del blockbuster all’americana contemporaneo, ponendo troppa enfasi su personaggi monodimensionali – peraltro malamente interpretati dagli attori – e troppo poca sul mostro e su ciò che rappresenta, concedendogli uno screen time irrisorio. E’ pur vero che anche Anno ha scelto di adottare il punto di vista dell’umanità in lotta contro Godzilla piuttosto che di Godzilla in lotta contro l’umanità –  come sarebbe invece proprio della saga – ma, come si vedrà, l’ha fatto proponendo dei ritratti e degli sviluppi di trama in grado di disattendere, almeno in parte, le aspettative dello spettatore.