“In dubious battle” di James Franco

Un classico americano

Un primo tentativo l’aveva fatto nel 2013, riproponendo sul grande schermo As I lay dying, romanzo di William Faulkner. Ora, James Franco ripercorre nuovamente la scia di esplorazione dei classici americani, presentando fuori concorso a Venezia In dubious battle, film basato sull’omonimo romanzo di John Steinbeck.
A fare da sfondo alle pellicola è la California degli anni ’30, attraversata dalla crisi economica. Uomini e donne costretti a lavorare in condizioni disumane nelle piantagioni, per appena 1$ al giorno. E’ in questa cornice che si sviluppa il piano di Mac (Franco), attivista dell‘Industrial Workers of the World che, spacciandosi per un lavoratore, cerca di convincere gli altri lavoratori a organizzare uno sciopero per ribellarsi alle condizioni in cui versano.
Ad aiutarlo, Jim (Nat Wolff), un giovane idealista che condivide la causa di Mac, nonostante un approccio più “fresco” e meno disincantato.Una vera impresa, quella di Mac e Jim: davanti a loro, infatti, la rassegnazione per un futuro già segnato, un presente da accettare e la reticenza di fronte al dialogo. Tutto questo, fino a quando i due fanno la conoscenza di London (Vincent D’Onofrio), “portavoce” dei lavoratori, preoccupato per il suo futuro e per quello di sua figlia, presto madre.
Franco porta a Venezia un film maturo, coinvolgente, in cui lo spettatore non può far altro che sentirsi parte del grande progetto di lotta proposto da Mac. Il disegno portato al pubblico è quello di un’America spaccata, di una classe lavoratrice incapace perfino di indignarsi, di provare un sentimento di rassegnazione. Costretta a una condizione imposta dall’alto senza alternative, come fosse parte di un disegno naturale a cui è impossibile ribellarsi.

Dall’altra parte, Mac che, con la sua incessante oratoria, cerca di smantellare dalle basi una mentalità precostituita, facendo conoscere (non ricordando, ma insegnando) ai lavoratori quali sono le basi della democrazia, della libertà. Situazione la cui complessità è forse l’elemento meno convincente del film, nel suo tentativo (in alcuni casi, mal riuscito) di abbracciare completamente una realtà fatta di mille sfumature e sfaccettature.