A Venezia Finale di partita secondo il Teatrino Giullare

Da ormai molti anni il Teatrino Giullare si è rivolto alla drammaturgia contemporanea, affrontando autori capitali del secondo Novecento come Thomas Bernhard, Bernard-Marie Koltès, Elfriede Jelinek, Harold Pinter. Le atmosfere evocate da questi colossi della drammaturgia novecentesca sono generalmente chiuse, concentrazionarie, angosciose. E la compagnia emiliana, con il suo particolarissimo stile, che innesta il teatro di figura in un più complesso apparato scenico, le restituisce con grande sapienza, come è evidente dal loro spettacolo forse più famoso e apprezzato, Finale di partita di Samuel Beckett, visto recentemente al veneziano Teatro Ca’ Foscari a Santa Marta, all’interno della riuscita rassegna «Correlazioni». Il lavoro è solido e rodato: appena dopo il debutto, nel 2005, si è aggiudicato un Premio Speciale Ubu e il Premio Nazionale della critica, divenendo un piccolo ‘caso’ nelle rivisitazioni del capolavoro beckettiano, composto nel 1956, cioè quattro anni dopo Aspettando Godot. Se in quest’ultimo l’attesa si vanificava in un nulla che aveva lo spessore della morte, in Finale di partita lo scenario è ulteriormente e irrimediabilmente mortifero, presentandoci personaggi che potrebbero essere appunto dei morti che continuano a parlare invano, o gli unici sopravvissuti a chissà quale disastrosa sciagura (che si ripresenta nel terzo testo imprescindibile, Giorni felici, quasi a formare una trilogia dello stallo).

Questa situazione viene amplificata dal Teatrino Giullare recuperando un’indicazione dello stesso autore, secondo cui «Hamm è il re in questa partita a scacchi persa fin dall’inizio. Nel finale fa delle mosse senza senso che soltanto un cattivo giocatore farebbe. Un bravo giocatore avrebbe già rinunciato da tempo. Sta soltanto cercando di rinviare la fine inevitabile». La metafora della scacchiera è portata letteralmente in scena, collocandovi Hamm, cieco e in stato di immobilità, e Clov, che invece si muove a fatica sul suo tronco di legno. A dare vita a queste figure fosche ed evanescenti sono la voce e la perizia manuale di Giuliana dall’Ongaro ed Enrico Deotti – maschere-deus ex machina dello spettacolo – mentre Nagg e Nell, gli altri due abitanti dell’inquietante luogo, stanno immobilizzati nei loro secchi ad attendere un dolcetto. Come dice Beckett, la partita è già persa, e la sensazione di impasse che il testo veicola è trasmessa agli spettatori in Finale di partita in modo magistralmente raggelato.