“Versoterra” di Mario Perrotta

L’immigrazione è certamente uno dei temi che più preoccupa e divide gli italiani. Ma il più delle volte la discussione nasce da suggestioni ed elementi astratti, numeri (di arrivi, di morti in mare, di potenziali delinquenti e pericoli…). Non è questo l’approccio utilizzato da Mario Perrotta nella splendida maratona proposta ai primi di ottobre a Lecce, sua terra d’origine. Il celebre attore-narratore questa volta ha preferito ritagliarsi il ruolo di drammaturgo-demiurgo, lasciando a una moltitudine di interpreti – professionisti e non – il compito di condurre gli spettatori all’interno di un dramma epocale, che coinvolge le vite e le coscienze dell’intero Occidente. Si comincia all’alba, presso il mare, in una località – San Foca, sull’Adriatico – che è stata sede di un centro di permanenza temporanea, il Regina Pacis, una sorta di prigione per non detenuti, un ricovero con leggi proprie e interne passato ai disonori della cronaca per il sacerdote che l’ha indegnamente gestito, ed è tuttora libero di creare disastri in altre parti del mondo. In questo anfratto marino, adiacente al citato centro, mentre la luce comincia a rischiarare la baia, ogni estate arrivano quasi quotidianamente i famigerati barconi, o gommoni che siano. Lo spettacolo – perché di spettacolo si tratta – è mozzafiato, con gli attori che gettano in faccia a chi assiste porzioni di vissuti, dolori, anche sporcizie umane e meschinerie (uno dei fattori più interessanti del progetto, intitolato “Versoterra – a chi viene dal mare”, è proprio l’assenza di retorica, la constatazione che non esistano buoni e cattivi, che tra i tanti poveri disgraziati – la schiacciante maggioranza – si incuneino anche portatori di morte, prototerroristi, spacciatori e quant’altro). I testi, tutti firmati dallo stesso Perrotta, si coniugano con movimenti coreografici di grande intensità, che culminano nel finale a sorpresa: i rifugiati, gli “sbarcati” offrono caffè e ristoro agli spettatori, costretti in fila indiana, in un ribaltamento della prospettiva che lascia attoniti i presenti.

Al pomeriggio è poi la volta di un altro luogo affascinante, Porto Selvaggio, sull’altro versante del Salento, quello ionico: dopo un lungo percorso guidato, in cui ai lati del sentiero (siamo in un parco naturale) compaiono esempi di esistenze perdute (prostitute, venditori ambulanti, ancora spacciatori e così via), tutti votati al ‘benessere’ di cui si ciba il primo mondo, uomini e donne appesi agli alberi raccontano la propria epopea alla ricerca non della felicità ma di un’ipotesi qualunque di vita. Infine il mare, che – mentre si ascolta un canto struggente in una lingua sconosciuta – lentamente si popola di corpi morti: il Mediterraneo come una grande, unica tomba.

L’ultimo episodio, alla sera – presso Acquaviva, di nuovo sull’Adriatico – lascia invece la coralità dell’azione per concentrarsi sulla vicenda di Lireta Katiaj, autrice di un diario che si è aggiudicato il Premio Pieve nel 2012 (riconoscimento organizzato dall’Archivio Diaristico Nazionale di Pieve Santo Stefano in provincia di Arezzo): si tratta di una donna albanese che subisce le peggiori violenze domestiche in patria, abbandona il suo Paese per giungere in Italia dove ha una figlia, rinnegata dallo stesso padre che ha aiutato la madre a espatriare. Una storia cruda di violenza, sopraffazione e coraggio, che si conclude, nell’assolata Sicilia, con un inaspettato lieto fine. A dar voce al racconto è una straordinaria Paola Roscioli.