Nel nostro pezzo introduttivo sul festival di Karlovy Vary 2017 avevamo detto una mezza verità, ossia che quest’anno l’Italia era assente dal concorso principale (anche se diversi film italiani sono stati presentati in sezioni collaterali). In realtà è proprio il vincitore del Globo di Cristallo, Little Crusader del ceco Vaclav Kadrnka, a smentirci parzialmente: infatti alla conquista del premio principale del concorso hanno sicuramente contribuito la ascetica ed essenziale scenografia di Luca Servino e i set reperiti grazie alla collaborazione con Sardinia Film Commission e Apulia Film Commission, senza dimenticare ovviamente la partecipazione della Tempesta Film di Carlo Cresto-Dina in qualità di produttore associato.

Little Crusader

Siamo particolarmente contenti, non solo per la riuscita ed il successo di questa collaborazione piuttosto inedita rispetto al panorama ceco, ma soprattutto perché essa si realizza secondo linee funzionali e non peregrine: il sole delle nostre coste e i luoghi delle Crociate vengono a giocare un ruolo essenziale nella contrapposizione operata rispetto ai personaggi, che sono cavalieri centro-europei catapultati in un mondo alieno e per loro incomprensibile, di modo che il risultato artistico finale è non solo molto attraente, ma anche tipologicamente originale e intrigante. Ben vengano dunque simili ulteriori collaborazioni fra Cechia, Slovacchia e nostre regioni.

Men Don’t Cry

Il Premio Speciale della Giuria è andato invece a uno dei più interessanti approcci alle guerre balcaniche che ci sia stato dato di vedere negli ultimi anni: Men Don’t Cry del sarajevese Alen Drljevic, coprodotto fra l’altro da Jasmila Zbanic. In un albergo isolato dal mondo un gruppo di veterani delle guerre scoppiate dopo la dissoluzione della Jugoslavia si ritrovano per sottoporsi ad una rischiosa quanto originale terapia di recupero. Sono bosniaci musulmani, croati e serbi, guidati da un terapeuta sloveno, che rappresenta forse l’istanza meno direttamente coinvolta dagli avvenimenti e si prende dunque la briga di applicare una sorta di metodologia ludico-empatica per il superamento dello shock bellico e la rimozione di mai sopiti drammi interiori. Il cast, tutto maschile, è semplicemente perfetto, buonissima la realizzazione e drammatizzazione della sceneggiatura a quattro mani (il regista insieme a Zoran Solomun), per un post-war movie che pur non esente da certi piccoli stereotipi del genere, ha ottima tenuta narrativa, e un approccio non manicheo alle possibilità di superamento dei sempre striscianti odii interetnici della regione.

The Line

Il Premio per la Regia va allo slovacco Peter Bebjak, che con il suo Ciara (The Line) dà vita ad un adrenalinico eastern giocato appunto sulla linea di confine fra Ucraina e Slovacchia qualche mese prima dell’ingresso di quest’ultima nell’area Schengen: fra spacciatori di confine, trafficanti di clandestini e mafiosi post-sovietici, quel confine sta per diventare la linea di demarcazione fra l’Europa “civilizzata” dei liberi scambi e un’Ucraina ancora troppo legata alla legge della giungla. Coproduzione di genere in compartecipazione fra i due paesi in questione, per quanto non proprio un capolavoro d’autore, ha dalla sua una certa, pur solo abbozzata, interessante riflessione sui mutamenti storici avvenuti negli anni Novanta e un buon gioco di attori che si muovono su linee di vendetta, rivalsa familiare e tragica fatalità.

Aleksandr Jatsenko

Ma veniamo appunto agli attori: bisogna dire che il concorso di quest’anno, oltre ad essere qualitativamente forse il più vario e qualificato da quando abbiamo il piacere di seguire questo festival centro-europeo, metteva la giuria davanti a un invidiabile imbarazzo della scelta anche in merito alle prove attoriali. Nessuno può comunque oggettivamente lamentarsi dello strameritato premio per l’interpretazione maschile assegnato all’attore feticcio di Boris Chlebnikov, Aleksandr Jatsenko, che nel bellissimo Aritmija, dà vita ad un combattuto (e in fondo né vincente, né perdente) paramedico, strattonato dalla vita in mezzo a una carriera che sta per andare alle ortiche, una famiglia che sta per crollare e una dipendenza dall’alcool tanto radicata quanto trascurata. Davvero Jatsenko non ci era mai parso così a fuoco e maturo da quando lo stesso Chlebnikov ce lo aveva fatto scoprire una decina di anni fa. Molodec!

Giusto anche l’ex-aequo alla coppia femminile protagonista del polacco Birds Are Singing in Kigali (Krzysztof e Joanna Krauze): la polacca Jowita Budnik e la ruandese Eliane Umuhire danno vita ad uno scontro furioso e umanissimo fra due modi di affrontate il genocidio in Ruanda, muovendosi sulla lama tagliente dell’isteria e dell’intimismo, senza però mai scadere in esagerazioni melodrammatiche o in cliché emotivi. Fra l’altro, questo risulta anche il giusto riconoscimento all’ultimo film dell’ormai scomparso Krzysztof Krauze. Ma non dimentichiamo neanche la piccola e nervosissima Voica Oltean, giovanissima coprotagonista del bel Breaking News della romena Iulia Rugina: la sua Simona, ribelle e non pacificata figlia di un reporter appena morto sul lavoro, ci restituisce un’immagina stratificata e dolente della Romania scossa da disequilibri sociali, sfruttamento mediatico del dolore e malessere dei lavoratori, nonché ancora avviluppata in eredità difficili da superare.

Jowita Budnik ed Eliane Umuhire

Per quanto riguarda l’altra sezione competitiva, dedicata alle produzioni d’area centro-orientale (“East of the West”), non ci ha convinto del tutto il vincitore russo, How Viktor «the Garlic» Took Alexej «the Stud» to the Nursing Home del giovane Aleksandr Chant, che ci sembra piuttosto una derivazione un po’ fuori tempo massimo delle “chernuchi”/black comedies anni Novanta su mafiosi e ragazzi disadattati, con una spruzzatina di Trainspotting e un po’ di nostalgia incattivita della Russia cinematografica che fu. La storia del giovane delinquentello che ritrova dopo decenni il padre mezzo paralizzato, e ricostruisce il suo rapporto con il genitore sulla strada che li porta alla Casa di Riposo dove lo abbandonerà, sa un po’ di visto e rivisto, e per quanto Chant (pseudonimo di Aleksandr Evseev) abbia talento, il sostengo di certa critica russa e le spalle coperte (è allievo di uno dei rais del cinema russo, il regista di regime Karen Shachnazarov), non vedo proprio dove possa portarci questo rimestamento di plot e logoi che un (mai abbastanza compianto) Aleksej Balabanov ha a suo tempo affrontato, sviluppato e in parte risolto con tutt’altri risultati. Precisiamo, questo Chant è solo un esordiente e ha molte qualità, e usa Aleksej Serebrjakov (da noti noto almeno come protagonista di Leviathan di Zvjagincev) in modo funzionale, ma se questa funzionalità serve a riproporre certi luoghi comuni sulle derive penali della provincia russa, ne facciamo volentieri a meno.

Il Premio Speciale della Giuria per questa sezione va invece a un’altra esordiente, la georgiana Mariam Khatchvani, che con il suo Dede narra una storia di emancipazione femminile ispirata da una reale vicenda familiare e situata in una zona quasi inaccessibile della Georgia, la (confessiamo, a noi sconosciuta) Svanezia. Si parla lì una variante rara di lingua locale, e la popolazione autoctona è ormai molto ridotta, di modo che la Khatchvani finisce con il mettere in questo suo primo film molti elementi emotivi e personali, sfruttando maestosi scenari naturali, ma dando vita alla fine ad un dramma familiare e antropologico piuttosto tradizionale, per quanto nient’affatto deprecabile.

Oltre ai risultati artistici, registriamo anche interessanti movimenti “dietro le quinte” organizzative: insieme ad altre kermesse della macro area centro-orientale, Karlovy Vary si sta specializzando nella scoperta di nuove voci (si tratta più di età anagrafica che di novità stilistico/sperimentali, ma la qualità c’è tutta e non possiamo che fare sinceri complimenti agli amici cechi); sul lato fiction stanno a dimostrarlo i premi di cui sopra, assegnati in buona parte ad opere prime o seconde, ma anche un interessante progetto di scoperta, il “Future Frames: Ten New Filmmakers to Follow“, in cui sono raccolti i cortometraggi di dieci possibili talenti del futuro, fra cui vorremmo evidenziare per lo meno il ceco Damian Vondrasek, con il suo notevole ed essenziale Imprisoned. Ma qui c’è anche un terzo, importante concorso, dedicato ai documentari, ed è importante anche lo spazio dedicato allo sviluppo e al sostegno di progetti documentari in progress. Si considerino ad esempio i pitching svoltisi nell’ambito della piattaforma “Docutalents”, che ha dato spazio a dodici progetti in fase di sviluppo. Fra questi molto interessante, soprattutto in vista dell’imminente anniversario, è il progetto patrocinato da Peter Kerekes, che vede coinvolti cinque giovani documentaristi provenienti dai paesi che nell’agosto del 1968 invasero Praga e la Cecoslovacchia (il film a dieci mani si chiamerà, appunto, Occupation 1968), ma sembra promettente anche il progetto patrocinato dalle ucraine Nadja Parfan e Julija Sinkevyc, (N)ostalgia, e dedicato a una località industriale persa nella provincia post-sovietica, ora trasformata in luogo d’attrazione turistica.
Non ci sembra privo di interesse anche il fatto che il MIDPOINT, il programma di sviluppo di nuovi progetti e sceneggiature, abbia qui sottoscritto un accordo di collaborazione proprio con Karlovy Vary, ma anche con il Trieste Film Festival, il più importante nostro festival dedicato all’area dell’Est, e con il network di “When East Meets West”. Nota personale (o quasi): fra le ben note piattaforme che si muovono su queste coordinate c’è il festival di Jihlava, che proprio in questi giorni nella cittadina ceca ha evidenziato la giovane produttrice bielorussa Volia Chajkouskaja fra le più promettenti “Emerging Producers”: chi scrive pensa che proprio dalla bistrattata Bielorussia nei prossimi anni possa venire qualche sorpresa interessante, e bisognerà puntare gli occhi verso quelle direzioni.
Insomma, qui fra gli ameni ed accoglienti boschi della Boemia, il cinema si fa e si vede, ma non solo nelle sale. Nashledanou, Karlovy Vary.