Quando i nomi più importanti del cinema cominciano lentamente ad allontanarsi dal cinema stesso per guardare ad altri media e ad altre piattaforme, i grandi film festival non possono che adattarsi: è così che, dopo i primi episodi de The Young Pope dell’anno scorso e quelli di Suburra – La serie di quest’anno, alla Mostra del Cinema di Venezia ha fatto la sua comparsa un altro grande progetto televisivo. Stiamo parlando di Wormwood, la mini-serie di sei episodi firmata dal mostro sacro dei documentari Errol Morris per la sua prima collaborazione con Netflix.

Intrecciando interviste a testimoni ed esperti con ricostruzioni in live action, Morris racconta la storia di un misterioso cold case americano: si tratta della scomparsa del biologo in forza alla CIA Frank Olson, scomparso nel 1953 precipitando dalla finestra di un albergo a causa, almeno secondo la versione ufficiale, di un bad trip di LSD, droga somministratagli dalla stessa agenzia in una sorta di test. A non credere a una parola di questa versione ufficiale è Eric Olson, figlio ormai settantenne di Frank che ha dedicato tutta la sua vita alla ricerca della verità sulla misteriosa scomparsa del padre, sacrificando la propria carriera e la propria vita privata.

Olson figlio arriverà negli anni a far riesumare la salma del padre,  a richiedere innumerevoli investigazioni a decine di agenzie governative e a intentare cause su cause a chiunque fosse stato coinvolto nella misteriosa vicenda. Eric arriverà a scomodare, oltre alle decine di avvocati che l’hanno seguito negli anni, anche il leggendario giornalista investigativo Seymour Hersh (già premio Pulitzer nel 1970), che nell’ultimo episodio sosterrà di aver scoperto la verità, purtroppo non pubblicabile, sulla morte del biologo.

Sebbene sarebbe molto facile trasformare un progetto simile in un’interessante ma noiosa docuseries da History Channel, a evitare questo rischio sono l’esperienza e la fantasia di chi, come Morris, il genere del documentario l’ha rivoluzionato e reinventato. Se le ricostruzioni riescono a velocizzare e movimentare i ritmi della miniserie, la parte dedicata alle interviste e all’indagine giornalistica non è certo meno interessante: a sorprendere è soprattutto la figura di Eric, che Morris riesce a ritrarre in tutta la sua disperazione, comprensibile in un uomo che ha dedicato tutta la sua vita a risolvere un mistero che sembra non trovare mai una risposta.

Giocando con i formati, con lo split screen e con un montaggio dinamico che sembra uscito da un raffinato noir degli anni ’50, il regista statunitense riesce a rendere più interessanti e meno pesanti anche le interviste più tecniche, tra lunghe liste di nomi di operazioni della CIA e particolari precisi su esperimenti e armi batteriologiche (pare infatti che Olson, di professione batteriologo, fosse a conoscenza dell’impiego di questo tipo di offensiva da parte degli USA nella guerra di Corea e che fosse profondamente contrario, uno dei possibili moventi per la sua eliminazione).

Per quanto riguarda le ricostruzioni invece, il documentarista dimostra una certa dimestichezza anche con la fiction (anche se senza particolari colpi di genio), proponendo spezzoni in cui un cast d’eccezione (tra i più importanti Peter Sarsgaard, Christian Camargo, Bob Balaban e Tim Blake Nelson) ripropone una versione in salsa crime sia della versione ufficiale della storia che delle ipotesi di Eric e di chi negli anni l’ha aiutato nella sua lunghissima indagine.

Si potrebbe aprire una lunga discussione sulla linea sempre più sottile che divide cinema e televisione, serialità e opere d’autore, ma è sempre giusto ricordare che Morris ha sempre (o almeno da una ventina d’anni) guardato con interesse al mondo delle miniserie e della televisione, sfornando progetti più o meno validi (dalla visionaria serie di interviste First Person ai documentari per il New York Times) ma sempre adatti al format scelto. L’unica grande differenza con i suoi progetti passati è il colosso dello streaming Netflix, che si presenta però come una delle piattaforme migliori per un progetto come Wormwood che, a differenza di altri, sembra nato per l’ormai celeberrimo binge-watching.