X Festival Internazionale di Danza Contemporanea

Venezia 17 giugno-26 giugno 2016

Nell’ambito del 10 Festival Internazionale di Danza Contemporanea  le sale dell’Arsenale si aprono con due novità:13 Objects e One Two Three One Two dei giovani Camilla Monga e Albert Quesada.
Si tratta di due artisti fra i più rappresentativi della giovane coreografia europea che cercano sul palcoscenico veneto la definitiva consacrazione.

Il pubblico, molto numeroso con tutti gli scomodi spalti riempiti al completo, incoraggia entusiasta i danzatori con ripetuti applausi al termine di ogni esibizione e ripetuti richiami in palcoscenico.

Il termine palcoscenico è piuttosto inadeguato in quanto si tratta di uno spazio circolare attorniato dalle seggiole per gli spettatori  che si sentono così parte dello spettacolo e possono sperimentare da vicino come la leggerezza e la apparente facilità con cui sono compiute le acrobazie  ( per altro non troppo frequenti) sono frutto di uno sforzo che l’abbondante sudore che imperla viso ed arti non riesce a nascondere.

La nudità della scena  sta a significare che non esiste più lo spazio fisico ma sono i corpi a crearlo animandolo in arabeschi leggeri e spumeggianti come trine. I ritmi vengono sincopati,  l’eleganza fluida dall’antico flamengo evocativo di colori accesi di patii colorati, di turgidi aranci e risonanti dei poetici lamenti amorosi di Garcia Lorca.

Anche i gitani sembrano adattarsi ai tempi sincopando i ritmi ,snaturando il flamengo come fosse un blus..

Compare anche qui a volte quell’immobilismo  e quel silenzio  insistente dopo che il sipario si è alzato, che pare essere diventato la cifra dei nuovi spettacoli.

L’originalità a volte comincia dall’abbigliamento dei ballerini: se in coppia ,stessa altezza stessa struttura come essiccata per la mancanza anche di un filo di grasso . Il duo entra in scena camminando con grazia si fermano l’uno davanti all’altro, si scrutano  immobili nel silenzio. Un assordante suono di batteria, un battere concitato dei piatti ed ecco che le due figure si animano, si scontrano, si allontanano, tornano a cercarsi, si afferrano per la vita , poi uno afferra la testa dell’altro facendola ruotare come volesse staccarla dal collo.

Si allontanano nel finale forse per trasmettere quel senso di incomunicabilità che sembra essere la cifra dominante in questa epoca, nei rapporti sociali. Un pubblico molto soddisfatto dell’esibizione dispensa lunghi, insistiti applausi.