110 anni di cinema

Centodecimo anniversario

28 dicembre 1895. 28 dicembre 2005. Centodieci anni dalla prima proiezione che i fratelli Lumiére proposero ad un pubblico ristrettissimo in quel locale parigino che è passato alla storia come passa un monumento (ma che oggi non esiste più).

Una quarantina di persone che pagarono un franco per l’ingresso in quel Gran Cafè del Boulevard des Capucins, al numero 14. Era l’alba di un fenomeno che ha accompagnato la fine del secolo romantico ed attraversato il Novecento, raccontandone le gioie e le passioni, ma anche le paure e le illusioni, lasciandone traccia visiva, come mai era accaduto prima di allora.
Una luce nuova si apriva all’orizzonte.

Una rivoluzione senza precedenti. Scriveva il filosofo Emmanuel Mounier che “la rivoluzione verrà, ma non dalla violenza, dalla luce”. E luce è stata quella che dal proiettore veniva inviata su un bianco telo e faceva muovere “gli operai delle officine Lumiére” e poi “l’arrivo del treno in stazione” ed ancora “il giardiniere annaffiato”. Poche sequenze: da quelle luci in movimento che stupirono i parigini, la luce si diffuse nel mondo, si creò una industria fiorente in paradossale contraddizione ai padri fondatori che presupponevano che quell’arte non avrebbe avuto avvenire.

Ogni film è invece stato una proiezione di futuro, in ogni caso, in ogni dimensione. Tante, troppe le definizioni che autori e poeti hanno espresso di quest’arte che pure si ostinano a numerare (come settima?). Paradossi visivi, immagini mute in quel inquietante bianco e nero che è in definitiva la proiezione dell’immaginifico e dell’assoluto. Greta Garbo, Marlene Dietrich, Silvana Mangano, Gong Li: idee di perfezione e di eros mai placato, vivido e fluente come una storia mai finita. L’immagine della Dietrich che sembra che evapori in un bianco vestito dalle sabbie del deserto nel “Giardino di Allah” (suo primo film a colori del 1936): evapora come un’anima senza tempo.

L’uomo ha invece il volto di Jean Gabin e Marcello Mastroianni, Alain Delon e Antony Quinn, interpreti di un sogno sconfinato, come la prateria; il sorriso di Chaplin nel Monello.
Il regista russo Tarkovskij sosteneva che “il cinema, per me, non è una professione, è una morale. Che rispetto, per rispettarmi”, e, in contraltare Kubrick asseriva che il cinema “somiglia, o dovrebbe somigliare, più alla musica che alla letteratura, in un crescendo di stati d’animo e di emozioni”. Per Bunuel è stato invece “l’incursione attraverso la notte dell’inconscio”.

Per ciascuno dei miliardi di miliardi di fotogrammi è stato qualcosa di imprescindibile, da centodieci anni in qua.
Parodie e western, Keaton e Chaplin, indiani d’America e Maciste. Milioni di emozioni. Tutto un repertorio annidato e confuso nella memoria, nitido sulla “strada” felliniana, legato agli odori di fumo prorompente di quelle sale mai areate.
Il poeta e regista Jean Cocteau (“il ragazzo terribile” come un suo film) voleva che il proprio tentativo fosse quello “di rendere leggera la gravità e grave la leggerezza”. Il cinema ha reso in pieno questa speranza.