Il 22 Luglio 2011, il neonazista Andreas Behring Breivik si rese colpevole di una delle più grandi stragi della storia recente dell’Occidente. Breivik prima piazzò un’autobomba fuori dai palazzi governativi a Oslo, e poi si recò sull’isola di Utoya, dove uccise a fucilate 69 ragazzi che si trovavano lì per un campus estivo.

Greengrass sceglie di raccontare questa storia, potenzialmente un ottimo materiale per un film, moltiplicando i punti di vista, probabilmente con l’obiettivo di raccontarla in tutte le sue sfaccettature. Il risultato, però, è un deludente polpettone che funziona solo per la durata del racconto della strage, narrata con un ritmo incalzante e in cui Greengrass mette in mostra tutto il suo talento per le scene d’azione. Dall’arresto di Breivik comincia però un altro film, fatto di pianti delle vittime, incapacità di elaborare il lutto, e l’inumana freddezza del killer: insomma, tutto il campionario di uno sceneggiato TV di quelli che passano nei pomeriggi estivi, con tanto di madri coraggio e avvocati in preda a crisi di coscienza.

Il fatto che gli attori e la realizzazione siano ovviamente di ben altro livello rispetto a quelli della TV nostrana non basta a salvare il film, che scivola lentamente nella noia e nell’anonimato con il passare dei minuti: mai un guizzo, mai un approfondimento, mai una scelta coraggiosa, ma solo un lento stillicidio di ovvietà che non aggiunge nulla a ciò che si potrebbe leggere su un libro o addirittura un articolo di giornale dedicato alla strage. Breivik viene presentato in modo totalmente monodimensionale, senza indagare appieno le origini del suo gesto, e i sopravvissuti sono caratterizzati solo in rapporto alla loro tragica esperienza, cui peraltro reagiscono in modo del tutto uniforme, senza alcuna sfaccettatura.

Rimane un mistero come un film del genere possa essere stato accettato in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia, dato che non si distingue nemmeno per una realizzazione particolarmente ispirata. Al contrario, alcune scelte lasciano molto perplessi, come quella di prendere attori norvegesi e farli parlare in inglese, creando un effetto di straniamento e, a tratti, di ridicolo che impedisce qualunque tipo di empatia e identificazione, cosa davvero delittuosa per come è stato impostato il film.

Quando si arriva alla fine del fenomenale mattone non abbiamo imparato nulla, e nulla di quanto visto rimane nel cuore o nella mente dello spettatore: solo un enorme e insopprimibile senso di noia, ma soprattutto di fastidio di fronte a un’opera che non riesce a ricavare nulla di interessante da uno degli eventi più importanti della storia europea recente, soprattutto per gli ovvi collegamenti tra le motivazioni ideologico-razziali di Breivik e l’attuale situazione politica europea e mondiale. Un vero delitto, ancor più inspiegabile vista l’esperienza pluriennale del regista, che anziché raccontare in profondità una strage finisce per fare strage della pazienza degli spettatori.