“AMERICANA” di Don DeLillo

Il sogno dell'America del sogno

I malati di definizionismo inseriscono Don De Lillo fra i grandi autori della letteratura postmoderna americana. Nato nel 1936, newyorkese come il protagonista di Americana, il suo romanzo d’esordio è, per dirla più facilmente, un acuto narratore della società americana dagli anni Settanta in poi.

Il libro, infatti, si inserisce perfettamente in questo filone di analisi sociale, sebbene la struttura complessa gli permetta di spaziare da un ampio affresco della New York fine anni Sessanta all’introspezione del protagonista, figlio di questa città e dei vizi degli Stati Uniti.
In questo quadro newyorkese fatto di uomini di successo e di rapporti traballanti, l’autocelebrazione e il vuoto sembrano reggere le redini del benessere americano.

Il protagonista del romanzo, David Bell, forse un po’ l’alter-ego dell’autore, è un giovanissimo dirigente di una rete televisiva, una sorta di incarnazione del sogno americano cresciuto nell’alta borghesia, con un matrimonio fallito alle spalle e innamorato della propria bellezza.
Ma quando, con l’acuirsi della sua introspezione, le poche e vuote certezze cadono, si sbriciola anche la vita quotidiana fatta di successi, di lotte intestine per il posto di lavoro e di meschinità ironiche, fino a che, con il pretesto di andare a girare un servizio televisivo, David non decide di partire con alcuni compagni di viaggio molto particolari. L’obiettivo vero è girare un film, personale, intimo, sull’autorappresentazione e sulla società. Oltre a questo, vengono fuori temi come il potere dell’immagine televisiva confrontata con il cinema e lo sguardo dei deboli sulla realtà.

“E così arrivammo alla fine di un altro stupido e lurido anno. Le luminarie sormontavano scintillanti le porte dei negozi. I venditori di caldarroste spingevano i carretti fumanti. Di sera, la folla in strada era immensa e il fragore del traffico saliva a trasformarsi in un’ondata di piena. I Babbi Natale della Quinta Avenue scampanellavano con una delicatezza strana e quasi dolente, come a spargere sale su un taglio di carne guasta. In tutti i negozi risuonavano musichette, canti e osanna natalizi, e le trombe dell’Esercito della Salvezza diffondevano i lamenti marziali di antiche legioni cristiane. L’effetto sonoro in quel luogo e in quel momento era bizzarro, fragore di piatti e rullare di tamburi, come un rimprovero impartito a dei bambini per un peccato imperdonabile, e la gente era infastidita.”

Americana è un excursus sulla società e sulla vita dell’individuo nell’Occidente, un road-movie di carta giocato sull’introspezione e l’ironia di un personaggio indimenticabile, il ventisettenne manager alla ricerca di un pezzetto di sé nei paesaggi umani dell’America.

Don DeLillo, Americana, Einaudi, 2008, pp. 404, 12,80 euro.