Africaine di Giacomo Meyerbeer inaugura la stagione lirica della Fenice

Bene l’orchestra del Teatro diretta da Emmanuel Villaume, ottimo il cast vocale, in evidenza Luca Grassi, Antonello Palombi e Patrizia Biccirè

“Questo è il luogo del puro amore” recita il coro accompagnando la morte di Selika, nell’ultimo di un’infinita serie di rimandi amorosi mal corrisposti che si realizzano all’interno dei cinque atti dell’Africaine di Giacomo Meyerbeer, allestito al Teatro la Fenice di Venezia in occasione dell’inaugurazione della stagione lirica veneziana. Nei pochi attimi di vita terrena rimasti, il letale profumo del manzanillo rappresenta l’unico momento d’estasi dopo aver contribuito alla fuga di Vasco de Gama affinché potesse tornare in patria per ricongiungersi alla donna desiderata. Allo stesso modo in cui il compositore tratta i motivi musicali, lo spasmodico raggiungimento della felicità diviene il tema ricorrente che, affiorando a più riprese, si sviluppa nel tragico risvolto di Selika. L’indecisione tra un impalpabile desiderio verso una prospettiva di vita che sin dal suo inizio si annuncia impossibile e la volontà di porre definitivamente fine alle proprie sofferenze vengono realizzate magnificamente da Massimo Cecchetto attraverso la sospensione del ponte che accoglie il corpo della protagonista inebriato della “felicità fatale” dell’albero a lei proteso.

Anche la scena della prigione nel secondo atto pone in particolare rilievo il gusto di ricreare scene dal forte impatto allusivo. Altrove soluzioni farcite di una quantità esagerata di elementi, pur essendo nella natura del grand-opéra, risultano ridondanti e in netta contrapposizione con l’accurata essenzialità di quanto appena visto. Totalmente slegati dal contesto scenico sono apparsi invece gli interventi video che accompagnano l’apertura di ogni atto: se da un lato si individua il tentativo di voler in qualche modo attualizzare la messinscena di un’opera così teatralmente complessa, dall’altro si scivola in una commistione di elementi così eterogenei da risultar alieni, facendo deragliare il convoglio scenico dal binario logico. Così il montaggio cinematografico applicato agli interventi strumentali stride al confronto con l’azione teatrale di Leo Muscato, risultando del tutto scollato e artificioso.

Brava l’orchestra del teatro guidata per l’occasione da Emmanuel Villaume che, dopo un inizio non del tutto saldo, ha saputo ritrovare l’appoggio adeguato con il quale procedere. Ottimo il cast vocale all’interno del quale è spiccato lo slancio profondo di Luca Grassi (Nélusko), la passionalità di Antonello Palombi (Vasco de Gama) e il penetrante timbro della duttile vocalità di Patrizia Biccirè (Sélika).