Ai confini del cinema: omaggio a Peter Weir

Il regista australiano incontra il pubblico a Torino

Peter Weir incontra il pubblico torinese prima della proiezione di “Master & Commander” che ha inaugurato la rassegna “Ai confini del cinema” in programma a Torino dal 23 al 30 giugno 2004. Ecco come ha risposto alle domande di Alberto Barbera, direttore del Museo Nazionale del Cinema di Torino.

“Sono un trovatore, un poeta viaggiatore che vende la propria arte alle corti dei diversi principi, a volte punzecchiando con la satira, a volte cantando una canzone d’amore”. Con queste parole il sessantenne regista australiano, autore di opere come Picnic a Hanging Rock e del più recente Master and Commander, di fronte ad un pubblico di appassionati e ammiratori ha inaugurato la rassegna “Ai confini del cinema. Omaggio a Peter Weir” organizzata dal Museo Nazionale del Cinema di Torino in collaborazione con Aiace e con la Cineteca del Comune di Bologna. Fino al 30 giugno saranno riproposte con un fitto programma, che prevede anche proiezioni in lingua originale, le opere più significative di un autore eclettico e straordinario, che dopo i primi anni di attività in Australia è emigrato a Hollywood senza mai rinunciare alla propria indipendenza narrativa.

Ecco la cronaca dell’incontro e del dialogo tra il regista e Alberto Barbera, direttore del Museo Nazionale del Cinema

Come ha cominciato?

È semplicemente accaduto. Per casualità, come quando si viene sorpresi dalla pioggia. Ho iniziato negli anni Sessanta e in Australia non c’era un’industria cinematografica. All’università facevo un po’ di critica e mettevo su qualche spettacolo, per lo più scenette nello stile dei Monty Python. Per questo mi considero una specie di protagonista del rinascimento del cinema australiano. Ma nel profondo sono più un intrattenitore, perché ho incominciato “intrattenendo” la gente.

Però è riuscito a conciliare intrattenimento e riflessione in film di generi molto diversi.

Sono stato favorito dal trovarmi in Australia, un paese diametralmente opposto all’Europa, e non solo geograficamente. In Europa c’è abbondanza di passato, ma questo può rivelarsi schiacciante. In Australia non c’è storia. Questo mi ha permesso di sviluppare una mia tecnica narrativa e di riempire dei gap culturali.

La sua carriera si può leggere in modo tradizionale, ma anche capovolgendola e dire che in Australia ha realizzato film hollywoodiani e a Hollywood ha fatto film europei. C’è una ricerca di non compiacenza e di un lavoro sempre in bilico tra queste due realtà nel suo cinema?

Mi vedo come un trovatore, che narra storie diverse e viaggia da Hollywood a Torino, cercando di non essere coinvolto negli intrighi di corte. Dopo Picnic a Hanging Rock mi venne offerto di fare un film a Hollywood per la Warner Bors con una sceneggiatura tratta da Stephen King, ma non accettai perché non mi sentivo preparato ad entrare in quel mondo. Secondo l’agente che voleva rappresentarmi rifiutare era un errore imperdonabile, ma semplicemente non ero pronto, e i fatti mi hanno dato ragione. È stato solo dopo cinque film e due film per la TV che mi sono sentito in grado di entrare nella produzione hollywoodiana (con Witness, 1985 N.d.R). Potevo difendere il mio punto di vista, avevo la forza per farlo. Penso che non sia tanto Hollywood a fare paura. Il successo seduce, e per raggiungerlo si accettano dei compromessi, perdendo il proprio punto di vista a favore del box office.

Tra i registi del passato quali ammira di più?

Molti, troppi per nominarli tutti, molti anche italiani. Ma c’è un nome che svetta sugli altri: Stanley Kubrick, perché ha dimostrato di saper mantenere la propria individualità raggiungendo un pubblico ampio. Ho avuto il privilegio di conoscerlo, di essere ospitato a casa sua. Era un perfezionista in tutto. Ma ci sono tanti registi, dal cinema muto in poi. Ogni volta che comincio a lavorare un film vado a vedere altre pellicole che mi ispirano. Perché il cinema è un’arte giovane, giovanissima: ha solo cento anni. Io per esempio ho parlato con alcuni registi del muto, gli iniziatori di quest’arte, perché erano ancora vivi quando ho cominciato. Una prova di quanto sia recente il cinema.

Di alcuni film lei ha scritto anche la sceneggiatura e di altri, come Master and Commander e Green Card, è stato anche produttore. Vuole mantenere un controllo totale sulla realizzazione di un film o si sente un po’ artigiano?

Mi sento un artigiano, perché ho affinità con l’arte, soprattutto con l’approccio verso l’arte tipica dell’est rispetto alla cultura occidentale: penso alla pittura, alla ceramica, alla porcellana. In Oriente il vasaio produce opere anonime, che vengono offerte in vendita sui mercati. Ma ogni tanto da quelle mani esce l’opera d’arte, il capolavoro. Per un regista è essenziale scrivere il film, anche se poi fa rivedere ad altri ciò che scrive, perché la storia, la sceneggiatura sono l’essenza stessa del film.

Master and Commander è un film classico, di genere, ma di assoluta modernità con l’uso delle tecnologie. Una miscela di antico e nuovo che convivono.

Master and Commander è innanzitutto un opera fatta con grande amore. Ci sono voluti tre anni: uno per lo sviluppo, uno per le riprese, uno per la post produzione. Il film è tratto dal romanzo di Patrick O’Brian e ho cercato di essere accurato e dettagliato per rendere omaggio a un periodo storico, facendo molte ricerche. Ho affrontato un genere, poi l’ho ridotto all’osso, cercando i punti deboli. Niente sovrarchitetture e niente love story che potevano appesantire la vicenda. Ho utilizzato una musica più moderna, per rendere la metafora della vita: tutti siamo persi in un mare e cerchiamo di sopravvivere. Volevo evitare di fare un film omaggio agli altri film. Volevo rendere la realtà di quegli uomini, che in quel periodo avevano lottato e combattuto e rendere il tutto come se anche noi fossimo su quel vascello. Per questo ho spiegato alla troupe che le riprese dovevano essere fatte pensando ai dettagli dei volti, dei personaggi. Parte del casting è stato fatto in Polonia, perché volevo degli attori che fossero europei. Quando si sviluppa un’opera come questa il dettaglio diventa quasi un’ossessione. Era una mia precisa responsabilità come autore.
Normalmente si tende a girare sul luogo in cui è ambientata la storia, perché l’esperienza coinvolge maggiormente i partecipanti. Ma questa può essere una trappola perché l’esperienza non filtra l’immagine così come fa la macchina da presa. Così ho girato il film in studio, in Messico. Quando ho ricostruito il tutto in post produzione ho lottato con 700 inquadrature e abbiamo dovuto lavorare con le tecnologie digitali per ricreare la battaglia e la tempesta. Il mio problema era ricreare la profondità. Dopo aver visto Il Signore degli anelli ho telefonato a Peter Jackson per sapere come l’aveva ottenuta nel suo film: unendo modelli e immagini digitali. E su questo ho lavorato. Il mio approccio alle tecnologie è diverso da quello usato tradizionalmente, per rendere il fantastico. Io le ho adottate per rendere il paesaggio, la natura. Però abbiamo anche utilizzato vecchi trucchi tradizionali.

Per esempio?

Per esempio quello del treno che lascia la stazione, realizzato muovendo non il treno, ma la macchina da presa. Molte riprese del film sono fatte con questa tecnica.

Qualcuno dei suoi critici le ha chiesto se quando realizza un film pensa sempre di essere stato il primo. E’ vero?

Quando mi avvicino ad un film tendo a dimenticare tutte le storie precedenti e a partire dal “completamente nuovo”.

A chi, tra il pubblico, ha voluto sapere se non c’è il rischio di perdere l’ispirazione, il regista ha risposto: “So che a volte ci si può sentire come svuotati, ma il giorno segue la notte e torna l’ispirazione. Da questo punto di vista mi sento come se stessi vivendo l’alba di una lunga giornata”.
E sul rapporto tra realtà e finzione, affrontato in The Truman Show: “È una questione su cui rifletto molto. Il rapporto tra realtà e finzione offre ancora molte possibilità di sviluppo, non ultimo per la diffusione dei reality show. Per il finale di Truman, che è stato anche criticato, quello che avete visto mi è sembrato un finale appropriato, ma ci è voluto molto tempo per definirlo. Di solito non mi piace fare polemica o essere dogmatico, ma mi trovo a volte a combattere con la sceneggiatura per non rimanere chiuso in un’unica prospettiva. Anche per Master and Commander è stato difficile trovare la tonalità corretta per chiudere il film”.

Ai confini del cinema. Omaggio a Peter Weir
23 – 30 giugno
Cinema Massimo
Via Verdi 18 – Torino
Tel. + 39 011 812.56.06