Berlinale 2016: Berlinale Special
“Dimmi un po’, che cosa ascoltate mentre scopate?” chiede furioso Miles Davis alla ragazza a letto con un pusher che gli vende troppo cara la coca. “Taa .. ta.. taa .. ta” fa la biondina. È So what, uno dei pezzi più noti di Davis, in A kind of Blue. Ma l’espressione “so what” ricorre molte volte nel copione del film, messaggio subliminale che ci ricorda che si sta parlando di uno che ha fatto la storia della musica. Tanto che “so what” è diventato il nome di quell’accordo. Di messaggi subliminali dedicati agli esperti del jazz ce ne sono anche altri, come quello della parte muta della tromba, che solamente il giovane Junior comprende e interpreta: si tratta di una specie di sindrome, come se le corde vocali afone trasferissero la loro incapacità vocale allo strumento.
La storia inizia verso la fine degli anni ’70, quando correva voce del ritorno di Miles Davis sulle scene dopo una pausa di cinque anni. Dave Braden (Ewan McGregor), giornalista musicale squattrinato, tallona Davis (lo stesso Don Cheadle) come un segugio, sperando di fare lo scoop della sua vita. Faccia a faccia con l’ombroso musicista (“If you’re going to tell the story, come with some attitude, man”) non riesce a strappargli una vera intervista, vive però con lui una rocambolesca caccia ai ladri di una registrazione che conteneva il lavoro di Miles in quei cinque faticosi anni.
Con un ritmo sincopato quasi musicale e continui salti in avanti e indietro nel tempo, facciamo la conoscenza della vita e della personalità di un artista musicalmente molto colto e completo, non solo trombettista, sensibile, lungimirante e innovatore (“se la musica non progredisce è morta”), che non voleva che si parlasse di jazz bensì di “musica sociale”, perché la sua idea del fare musica era che fosse basata sulla spontaneità. Tuttavia, come spesso succede ai fuoriclasse, era al tempo stesso sregolatezza, era dipendente da droghe e minato nel fisico, irascibile e a volte violento, depresso, egocentrico tanto da proibire alla moglie Frances Taylor, già affermata ballerina, di continuare con il suo lavoro. Era consapevole della sua eccezionale grandezza, benché ancora umiliato per il suo essere nero.
Un film dedicato con evidente passione a un mito, con una interpretazione di Don Cheadle molto intensa e di McGregor come ottima spalla. Non si deve dimenticare il tributo di due musicisti nell’ultima scena, Wayne Shorter al sax e Herbie Hancock alle tastiere, che erano stati nel gruppo di Davis, accompagnati dalla più giovane ma già smisurata Esperanza Spalding.
Per un soggetto così straordinario il canovaccio risulta però un po’ troppo convenzionale, con quella trama da spy story, con tanto di inseguimento in auto e di sparatoria, un po’ banale addosso a un genio come Davis, uno che era contro le convenzioni, uno che era davvero “Miles ahead”.
Articolo di Paola Assom (con la partecipazione di Roberto Carelli).






