“Blu. Storia di un colore” di Michel Pastoureau

Un saggio che svela la storia del colore più amato nell'Occidente contemporaneo

Scarsamente considerato fino al Medioevo, il blu conquista lentamente ma inesorabilmente un ruolo centrale non solo nella moda, ma anche nella pittura e più in generale nella cultura odierna.

Osservare un colore ed indagarne le sfumature, non certo solo cromatiche, ma più significativamente sociali, culturali, storiche e religiose. E’ il lavoro compiuto da Michel Pastoureau, storico del costume e del colore, docente di Simbologia medievale e moderna alla École Pratique des Hautes Études della Sorbona, e massimo esperto di colori al mondo.
L’analisi di Pastoureau si sofferma sul blu, colore enigmatico e denso di implicazioni simboliche.

Di scarsissima importanza nella gamma delle sfumature del visibile dei popoli antichi, che assegnavano un ruolo primario invece al nero, al bianco e al rosso, il blu è addirittura connotato negativamente dai Romani, che lo associavano alla cultura barbarica.
Attraversa sotto uno sguardo incerto e carico di sospetto anche il periodo dell’Alto Medioevo: se compare, sbiadito, sulle vesti dei contadini, ad indicare una classe sociale umile e povera, è ancora escluso dalla gamma cromatica ecclesiastica, che dopo l’intervento di Innocenzo III nel 1100, annovera ancora il rosso, il bianco, il nero e il verde tra i colori previsti per i paramenti sacerdotali. A partire dal XII secolo il blu è oggetto di una lenta ma progressiva ascesa nell’ambito delle preferenze cromatiche. Utilizzato sia in ambito religioso, per identificare l’abito della Vergine Maria, sia in architettura, per illuminare le vetrate della cattedrali gotiche, sia a corte, indossato dai reali e dai nobili di Francia, il blu, alla fine del Medioevo arriva a sostituire il rosso, fino a quel momento colore imperiale per eccellenza.
Con il Rinascimento, blu e nero identificano ormai l’aristocrazia, ma è l’introduzione delle leggi suntuarie e l’avvento della Riforma protestante ad assegnare al blu il valore di “colore morale”.
Lo sviluppo delle tecniche di estrazione del colore, inizialmente limitate alla riduzione in polvere finissima di pietre (lapislazzuli e azzurrite) e l’individuazione di pigmenti più resistenti ed intensi (l’indaco ed il guado, cui si aggiungeranno poi quelli chimici), porta il blu, complice anche l’interpretazione che di esso dà il Romanticismo, a diventare “il” colore dell’epoca moderna.

Sarebbe sbagliato tuttavia guardare la storia del blu solo da una prospettiva cromatica: non si tratta semplicemente, infatti, di una preferenza estetica dettata da una trasformazione del gusto. In modo più complesso, l’evoluzione che Pastoureau analizza permette di comprendere come un colore abbia un valore ed una identità ben precisi. La moda, certo (i blue jeans, sono forse l’esempio più evidente del successo del colore), ma più ancora la letteratura, l’arte, il lessico (nella lingua anglosassone l’espressione to be blue indica uno stato d’animo incline alla malinconia) e la musica (la storia del jazz raggiunge il suo culmine con Miles Davis e il suo Kind of blue), hanno assegnato al blu un ruolo simbolico e comunicativo di assoluto rilievo.
Il “colore preferito” della società contemporanea non è, dunque, una mera “questione cromatica”: il blu è, più profondamente, cultura.

Michel Pastoureau, Blu. Storia di un colore, 2008, Ponte alle Grazie, pp. 237, € 12,00.