Boardwalk Empire – L’Impero del Crimine – Stagione Prima

Complici i numi tutelari di Terence Winter (sceneggiatore di punta de I Soprano) e di Martin Scorsese, l’ottimo soggetto che ne è alla base (l’omonimo libro di Nelson Johnson, frutto di quasi vent’anni di ricerche) e il budget stellare, con Boardwalk Empire ci troviamo dinanzi a una serie nata per brillare, e che infatti ha lasciato il segno nel panorama internazionale del crime drama, accattivandosi il favore della critica come del pubblico, dei nuovi appassionati come dei puristi del genere. Attraverso un ponderato compromesso tra precisione storica e narrativa televisiva, viene tessuta l’intricata trama criminale che vede al centro il county treasurer Enoch “Nucky” Thompson – ispirato al vero signore di Atlantic City degli anni ’20, Enoch L. Johnson –, il cui intimo contrasto tra brama di potere e desiderio di stabilità lo porterà a confrontarsi con i gangster più temuti del suo tempo e a mettere in discussione alleanze e affetti.

Il pilot si apre con un flash forward, consistente in una rapina a mano armata da parte di due figuri a volto coperto che si conclude con una sparatoria; dopo il black screen, appare il protagonista intento in un’invettiva contro l’alcol presso la sede della Lega della Temperanza, un’associazione femminile che si batte in favore del proibizionismo, misura che Nucky Thompson (un ineccepibile Steve Buscemi) non osteggia affatto in quanto favorirebbe la sua segreta attività di contrabbando. Di lì a poco lo ritroviamo a festeggiare con il suo entourage, cui si è riunito, dopo gli anni spesi in trincea, Jimmy Darmody (Michael Pitt), promettente giovanotto avviato da Nucky agli studi ma che ora si ritrova a dover cominciare da capo. L’indomani, dopo aver ricevuto la visita di Margaret Schroeder (Kelly Macdonald), casalinga incinta membro della Lega della Temperanza, Nucky presenzia a una cena con i maggiori boss malavitosi del Paese, rispettivamente Arnold Rothstein (Michael Stuhlbarg) e il suo braccio destro “Lucky” Luciano (Vincent Piazza) da New York e Johnny Torrio (Greg Antonacci) e Jim Colosimo da Chicago, durante la quale si accorda con Rothstein per una grossa commessa di whiskey. Nel frattempo Jimmy fa amicizia sul luogo dell’incontro con uno scagnozzo di Torrio, Al Capone (Stephen Graham), e organizza con lui un colpo senza l’autorizzazione dei principali: scopriamo dunque che i due ceffi mascherati di cui sopra sono proprio loro, e che il carico sottratto è quello di Arnold Rothstein, inconveniente che porterà allo scatenarsi di una guerra. Da ultimo, Margaret Schroeder perde il bambino in seguito alle percosse del marito Hans, il quale, trovati i soldi datile da Nucky al fine del suo sostentamento, sospetta una relazione tra i due.
_ Nucky, informato della cosa, ordina a suo fratello Eli Thompson (Shea Whigham), lo sceriffo della città, di uccidere Schroeder, omicidio che viene reso sullo schermo secondo una modalità tipica di Scorsese – alla regia in questo primo episodio, ovvero esso avviene in parallelo a quello di Jim Colosimo con un montaggio alternato, inquadrature dal basso e una musica serena a sottolineare il contrasto con l’azione estremamente violenta.

Mentre tutte queste macchinazioni hanno luogo l’FBI non resta però a guardare e l’agente speciale Van Alden (Michael Shannon) inizia a intuire le dimensioni del giro d’affari di Nucky, per arrivare al quale pensa di portare Jimmy dalla sua parte: dopo il rifiuto di costui, si interessa dunque al caso Schroeder, dal momento che i rapporti tra Margaret e Nucky si stanno facendo sempre più intimi, fino a culminare in una notte passionale nel quinto episodio Nights in Ballygran. Guardando a Nelson Van Alden, il talento di Michael Shannon non è l’unica cosa che salta all’occhio: in una serie dove è inevitabile tifare per i “cattivi”, dotati di un carisma e sarcasmo tipici dei criminali d’alto bordo, il braccio violento della legge rappresentato da questo poliziotto smaliziato potrebbe risultare inviso al grande pubblico, ma grazie alla sua religiosità tormentata e al monolitico senso della giustizia – una concezione fondamentalista sorretta dalla Fede – questo è senza dubbio il personaggio che offre più spunti per un’analisi. Se guardiamo ai vari caratteri forse egli è pari soltanto a Gillian Darmody (Gretchen Mol), fermo restando che il potenziale di quest’ultima non è perfettamente intuibile nella prima stagione.

Nel frattempo è stato trovato un sopravvissuto alla sparatoria e Jimmy, nel terzo episodio Broadway Limited, è costretto a fuggire nuovamente, lasciando alla giovane madre Gillian il compito di sedurre Lucky Luciano, giunto ad Atlantic City per regolare i conti tra Thompson e Rothstein. Una volta a Chicago, Jimmy si unisce alla banda di Johnny Torrio in veste di protettore in un bordello, dove conosce Pearl, prostituta con la quale intreccia una relazione sentimentale: è proprio nei dialoghi con Pearl, presenti a partire dal quarto episodio Anastasia, che Michael Pitt dà il meglio di sé, abbandonando l’impostazione monotonamente badass mantenuta sino ad allora. Tuttavia, a causa di alterchi con Charlie Sheridan, capo della gang irlandese rivale, Pearl sarà sfregiata e costretta al suicidio per la vergogna, ma Jimmy escogiterà un tranello riuscendo a uccidere tutti i rivali meno l’uomo responsabile dello sfregio: è qui che entra in gioco uno dei personaggi meglio gestiti della serie, ovvero Richard Harrow (Jack Huston). Harrow è un cecchino reduce di guerra con la parte sinistra del volto mancante; inutile forse dire che rendere una disabilità è, a livello attoriale, tutt’altro che semplice, ma Huston la rende più che a dovere, coperta com’è da una maschera. Del resto la ferita più profonda è stata inferta all’animo: egli è un outcast la cui prospettiva sul mondo è fredda (avendo ucciso molto, egli ha perso ogni nozione di valore riguardo alla vita umana) ma che cova sentimenti profondi, in quanto presenta un anelito di affetto, irrealizzabile in primis a causa del suo aspetto. Jimmy sfrutterà le sue doti di tiratore scelto per completare la sua vendetta nel settimo episodio Home: sarà appunto Richard a eliminare con un colpo preciso lo sfregiatore di Pearl, in una scena in cui la traiettoria del proiettile viene ripercorsa a ritroso fino al trespolo del cecchino con un sottofondo musicale funereo.

Nucky ad Atlantic City si trova invece a gestire una difficile crisi interna: Chalky White (Michael Kenneth Williams), punto di riferimento della comunità afroamericana, lamenta l’impiccagione di uno dei suoi uomini e minaccia di non far votare per i Repubblicani la sua gente qualora non venga trovato il colpevole. I primi indiziati sono i membri del Ku Klux Klan, e allo scopo di confermare i suoi sospetti Chalky conduce un poco ortodosso “interrogatorio” sul loro capo: in questa occasione Michael Kenneth Williams recita un monologo ricco di pathos riguardante il padre, usando quello slang che gli è valso tanta fama nella serie televisiva The Wire, e introducendo l’ulteriore punto di vista del discriminato razziale. Rispetto ad altri period drama, Boardwalk Empire dedica infatti più spazio ai personaggi rappresentanti gli strati sociali più emarginati. È dinanzi a scene come questa che emergono le disastrose scelte del doppiaggio italiano: non solo le voci di molti personaggi non si avvicinano minimamente a quelle originali – basti pensare al protagonista, ma sono state anche doppiate molte parti in dialetto italiano che, seppur non sempre eccelse, impreziosiscono la già ampia rosa degli slang, il che costituisce una delle principali motivazioni per gustarsi la serie in lingua originale. A titolo d’esempio citiamo la scena della briscola tra Torrio e Capone nell’ottavo episodio Hold Me in Paradise, che, a prescindere dalla mancanza di talento di Stephen Graham, risulta poco credibile se tradotta.

Tornando alla storia, Nucky si reca a Chicago per l’annuale Convention Repubblicana, alla quale spera di usare le sue influenze politiche per far eleggere Presidente Warren Harding, un burattino che gli garantirebbe la costruzione delle strade che tanto agogna al fine di incrementare il turismo. Le cose ad Atlantic City però si mettono male ed Eli viene ferito in una rapina al casinò clandestino, mentre prima di tornare a casa Nucky si reca al bordello di Torrio per riprendere con sé Jimmy; questa riappacificazione solleva non pochi quesiti sul controverso rapporto tra i due. Ciò che sicuramente li accomuna è l’ambizione, ma essi differiscono nel modus operandi: Nucky è giunto dov’è seguendo pedissequamente le istruzioni dell’allora capo della città, il Commodoro Kaestner, una delle quali fu quella di costringere Gillian, ancora bambina, nel di lui talamo (ovviamente il rancore di Jimmy, frutto di tale unione, è ben lontano dal placarsi), approfittando poi del vuoto di potere per sostituirvisi; Jimmy invece cerca di scavalcare le gerarchie con rapidi colpi di mano (vedi la rapina del pilot o l’agguato a Sheridan nel sesto episodio Family Limitation), ma a causa della sua impulsività perde il controllo della situazione e fugge, azzerando i suoi progressi. Anche per le relazioni familiari vale lo stesso discorso: i desideri di Nucky si riverberano sulle vetrine del boardwalk, ed infatti egli si ferma più volte dinanzi ad esse. Ciò avviene davanti alla nursery, che simboleggia il suo sogno coniugale con Margaret (un eventuale figlio supplirebbe alla perdita del suo primogenito, morto ancora in fasce) e alla cartomante, ad indicare il suo tentativo di essere un passo avanti gli avversari, conoscendo in anticipo le loro mosse. Alla fine entrerà soltanto da quest’ultima, nell’undicesimo episodio Paris Green, cosa che segna il prevalere della carriera sulla famiglia ed è prolettica della rottura con Margaret. D’altro canto Jimmy ha con la moglie Angela (Aleksa Palladino) un rapporto più burrascoso, minacciato da alcuni amanti – i coniugi Dietrich, fuggiti in seguito alle violenze di Jimmy – e dai terrificanti ricordi della guerra. Il loro è un rapporto privo di affinità intellettuale, che è invece ben presente per Nucky e Margaret: si noti che quando questa pronuncia il discorso elettorale alle donne nel decimo episodio The Emerald City vengono utilizzate le stesse inquadrature di quando Nucky teneva l’orazione nel pilot. Per Jimmy e Angela invece neanche il figlio Tommy basta più come collante: di fatto Jimmy non riesce a proteggere se stesso dai guai perché non riesce a proteggere i suoi dai pericoli del mestiere, in un circolo vizioso autodistruttivo che lo priva di stabilità e che sovente gli fa perdere la bussola.

Detto ciò, vi è un plot twist e Nucky subisce un attentato, fortunatamente per lui a vuoto, da parte di un misterioso italoamericano. Jimmy si reca dunque da Luciano, ancora in dolce compagnia della madre Gillian, per fargli sputare il rospo, ma in quel mentre Van Alden irrompe e lo arresta, avendo trovato un testimone chiave per incastrarlo. Purtroppo per Van Alden il testimone viene ucciso dall’agente Sebso, sulla carta suo secondo ma in realtà sul libro paga di Nucky. Persa ogni credibilità, Van Alden uccide Sebso durante un rito battesimale sulle sponde di un fiume – formidabile la prestazione in questo undicesimo episodio di Michael Shannon, che nelle pose e nelle espressioni rende il suo personaggio quasi una figura cristologica – e chiede il trasferimento. Indi si rifà vivo Mickey Doyle (Paul Sparks), un ex socio di Nucky che rivela di essersi messo in combutta con una piccola famiglia di criminali, i fratelli D’Alessio, inviati ad Atlantic City da Rothstein sotto l’egida di Lucky Luciano. Sono stati loro a impiccare il sottoposto di Chalky e a compiere le rapine in città (senza contare l’esecuzione di Jim Colosimo), ma prima di poterli sistemare si devono calmare le acque con Rothstein. Durante un incontro mediato da Torrio, viene raggiunto un accordo: la guerra cesserà e, in cambio di un milione di dollari e delle informazioni sui D’Alessio, Nucky sfrutterà le sue amicizie in politica per far cadere i capi d’accusa a carico di Rothstein, indagato per aver truccato la World Series.

Prima del gran finale però, vi è una furiosa litigata di Nucky con Margaret e poi con Eli – non a caso il season finale è appunto intitolato A Return to Normalcy: avvicinata dall’agente Van Alden, Margaret è stata informata delle attività criminali di cui Nucky è a capo e questiona sulla moralità del compagno, mentre con Eli emergono i vecchi dissapori, dovuti a un senso di inferiorità misto a invidia da parte del fratello minore. Soffermandoci su questi due personaggi, che rappresentano gli unici intimi di Nucky, ci si imbatte nella contraddizione di fondo di Margaret e nel morboso attaccamento di Eli al fratello. Nella donna convivono un forte senso del peccato tipicamente cattolico e un egoistico desiderio di benessere antitetico col suo essere madre, che la rendono priva di un ethos definito e pertanto di incerta collocazione nell’insieme della serie. Ma forse è anche l’interpretazione prevalentemente piatta di Kelly Macdonald a non far percepire pienamente allo spettatore questo conflitto interiore. Nell’altro riconosciamo insoddisfazione e soggezione nei confronti del fratello maggiore, ma al contempo un inconfutabile amore, per quanto in questa prima stagione non ne vediamo prove dirette. Egli è infine l’unico “grillo parlante” di Nucky con la sua morale arcaica.

Passata questa tempesta emotiva, il finale, apparentemente sereno, nasconde per Nucky insidie non indifferenti: l’evento più saliente è senza dubbio il commovente racconto di Nucky della sua breve esperienza familiare, segnata dalla morte prematura del figlio e dalla malattia – anche mentale – e conseguente morte della moglie Mabel. C’è da dire che uno dei difetti di Boardwalk Empire è la modalità con cui vengono svelati i trascorsi del protagonista: non venendo utilizzati né flashback – nonostante i buoni agganci possibili, il più lampante nel settimo episodio, né sequenze oniriche – l’unico a esserne oggetto è Harrow, in The Emerald City, vengono disseminati qua e là dei piccoli accenni. Ciò porta a concentrare tutte le informazioni nell’episodio finale che, per quanto emotivamente toccante, rientra nella categoria dei classici “spiegoni”; tale tendenza purtroppo non si invertirà nelle stagioni seguenti, rivelandosi una scelta di sceneggiatura sempre più errata man mano che si prosegue.

A ogni modo, appianate le divergenze con la compagna, Nucky può finalmente sbarazzarsi per sempre dei D’Alessio: durante una conferenza stampa descrive ai giornalisti un quadro in cui i D’Alessio figurano come i responsabili dei crimini in città, compresa la rapina del pilot, e il cui capo sarebbe Hans Schroeder, mettendo così a tacere le voci di corruzione e malgoverno. Ma i D’Alessio non sono stati affatto assicurati alla giustizia. Tramite un montaggio alternato e con la voice-over di Nucky assistiamo al massacro dei suddetti, caratterizzato da una regia con movimenti di macchina fluidi e più ricca di dettagli – particolarmente pregevole l’omicidio ad opera di Jimmy, il quale sgozza sulla sedia del barbiere uno dei fratelli. Entrambi questi espedienti tecnici sono stilemi propri dei film di Scorsese, e questo omaggio al regista che ha diretto il primo episodio delinea una sorta di Ringkomposition. Ma nonostante il clima di allegria, alimentato anche dalla vittoria alla corsa presidenziale di Harding, l’ultimo sguardo sul boardwalk di Nucky è incerto e malinconico, e ne ha ben donde dal momento che il Commodoro, Eli e Jimmy, stanchi di essere messi al secondo posto, hanno costituito il nucleo di una congiura ai suoi danni. È un finale che, seppur privo di cliffhanger veri e propri, chiude magistralmente tutte le linee narrative.

Aprendo una parentesi sulla regia, per quanto sia difficile formulare un parere unitario giacché, come spesso accade sul piccolo schermo, non è presente un regista fisso, si può dire che essa sia più partecipativa e variegata rispetto a quanto visto in altre serie. In altri termini, a ogni diverso stato emotivo corrispondono accorgimenti ben riconoscibili e reiterati: l’utilizzo dello zoom con un progressivo restringimento di campo per le litigate, come quella tra Nucky e Margaret in Paris Green; inquadrature frenetiche e sbieche – ma che non compromettono la comprensione dello spazio d’azione – nei momenti di furia, come quando Nucky incendia la casa natia in Home. Vi è poi una ricerca di teatralità che è costante nella serie: si veda a tal proposito la memorabile scena di Chalky nell’atto di estrarre le pistole nel decimo episodio, o il pestaggio del fotografo da parte di Jimmy in The Emerald City. E consideriamo ancora i dettagli simbolici per segnalare il distacco o il riavvicinamento tra due personaggi, come quando nel finale di stagione A Return to Normalcy Jimmy versa del brandy al Commodoro, e così via.

Tuttavia chi la fa da padrone nel comparto tecnico è il montaggio, il quale si adatta perfettamente alla situazione contingente e che potremmo definire ingannatore in alcuni frangenti: un ottimo esempio di tale peculiarità è il personaggio di Nelson Van Alden, oggetto di questo espediente in ben due episodi. Nel primo caso, in una delle ultime scene del sesto episodio Family Limitation, egli si ritrova a fissare la fotografia di Margaret Schroeder per la quale nutre un’ossessione la cui natura non è chiara. Poco dopo tutti i tagli lasciano intendere che egli sia in procinto di masturbarsi, mentre in realtà inizia a fustigarsi, probabilmente proprio per sopprimere i suoi desideri carnali; due episodi dopo, in Hold Me in Paradise, pare mettere i soldi inviati da Darmody alla famiglia in una busta destinata alla moglie Rose, desiderosa di sottoporsi a un’operazione alle tube, ma infine a questa destina soltanto una nota di diniego e il denaro viene fatto pervenire ad Angela. Difficile dire se ciò sia tecnicismo virtuosistico o sia teso a dare ulteriore spessore al personaggio, ma certo è che, oltre a mantenere alta la qualità del prodotto, stimola in maniera non indifferente l’attenzione dello spettatore, il quale è costretto a restar vigile per non venire fuorviato.

Dovendo concludere, non si può non rimanere ammaliati dal fascino oscuro di questi oligarchi del crimine, eroi neri le cui debolezze e inquietudini non sono altro che lo specchio dell’arrivismo amorale alla base della società statunitense: durante la vostra permanenza ad Atlantic City, non a caso nota come “The World’s Playground”, avrete modo di fruire i divertimenti più raffinati e di abbandonarvi agli eccessi, ma soprattutto di vedersi svolgere le tappe fondamentali del destino politico di una giovane nazione, all’insegna non del senso civico e della legalità bensì di un Sogno Americano che, come constaterete voi stessi, era già allora annacquato e scadente, proprio come l’alcol di contrabbando che scorreva nelle vene dell’East Coast.