Burt Bacharach in Piazza Duomo a Milano

Il pianista coi guanti

Un famoso brano dell’avanguardia del Novecento, il Klavierstuck X di Karlheinz Stockhausen (la più nota esecuzione è quella di Maurizio Pollini, pubblicata dalla Sony), prescrive al pianista di indossare dei guanti (senza dita).

Al concerto che ha tenuto a Milano sabato 19 dicembre anche Burt Bacharach aveva dei guanti e, prima di prendere posto al pianoforte, ha detto al pubblico “I’ve never played with gloves on”. Non si trattava, però, di suonare il brano di Stockhausen o qualche altro pezzo d’avanguardia. Si trattava, più semplicemente, di proteggersi dal freddo: il palco era in piazza Duomo e la temperatura era di diversi grado sotto lo zero.

Insolita la temperatura, insolito l’abbigliamento di Bacharach: non lo smoking che ci si potrebbe aspettare da un musicista ottantaduenne autore di canzoni d’amore e abituato alla passerella degli Oscar (ne ha vinti tre), ma piuttosto l’abbigliamento di un rapper (cappellino calato fino sulle sopracciglia, piumino, tuta e sneakers).

Accompagnato dalla sua band, da una sezione d’archi proveniente dall’Orchestra dei Pomeriggi musicali di Milano e da tre cantanti (Josie James, John Pagano e Donna Taylor), Burt Bacharach in un’ora e un quarto ha offerto una carrellata sui suoi più noti successi, dalle prime canzoni risalenti alla fine degli anni ’50 (come Magic moments che divenne una hit di Perry Como nel 1958), ai molti pezzi scritti (assieme ad Hal David) per la voce di Dionne Warwick, passando per i numerosi brani destinati al grande schermo (What’s new pussycat?, Raindrops Keep Fallin’ On My Head, ecc.). Un po’ trascurata, invece, la collaborazione con Elvis Costello (dalla quale nacque l’album Painted from memory, che nel 1998 segnò l’inizio della rivalutazione di Bacharach anche presso un pubblico che fino a quel momento l’aveva snobbato).

I pezzi sono stati generalmente presentati in versione molto fedele all’originale, senza quel gusto per il détournement che caratterizza spesso il mondo con cui i Grandi Artisti tornano sui loro pezzi diventati straconosciuti (Bob Dylan è in questo l’esempio estremo). Gran parte del repertorio è stato anzi organizzato in una serie medley nei quali i brani venivano proposti in forma condensata, privilegiando sempre l’immediata riconoscibilità (“questa l’ho sentita nello spot X”, “quell’altra l’ho sentita nel film Y”) rispetto alla reinvenzione. L’impressione che ne scaturiva era simile a quello di un (piacevole) tour per una bella città attraverso uno “Sightseeing bus”: “a destra la Torre Eiffel”, “a sinistra gli Champs-Élysées”, “5 minuti di pausa a Montmartre”.

Scenograficamente, è stato un peccato che il freddo pungente non abbia portato con sé qualche fiocco di neve – il che avrebbe reso l’atmosfera più romantica – e che non sia stato spento il megaschermo che da tempo ricopre l’Arengario e che, al fianco del palco, mandava senza sosta le immagini di spot pubblicitari.