“CHI HA PAURA DI VIRGINIA WOOLF” di Edward Albee

La caduta del pensiero occidentale

Convivenza difficile tra professore di storia e la moglie isterica e semialcolizzata. Liti furiose che coinvolgono una coppia di giovani ospiti. Il titolo inglese è basato su un gioco di parole tra Woolf (la scrittrice) e wolf (lupo) e riecheggia una canzoncina degli anni ’30 (“Chi ha paura del lupo cattivo?”).

Il 13 ottobre del 1962 viene rappresentata per la prima volta Who’s afraid of Virginia Woolf (Chi ha paura di Virginia Woolf?) con la regia di Alan Schneider. Già nel luglio del 1960, Albee annotava: “Sto scrivendo o meditando una commedia in più atti”. E’ subito un trionfo e il “New York Post” non esita a scrivere che Albee può ottenere un posto di primo piano tra gli autori drammatici del mondo teatrale contemporaneo. Come si può spiegare questo successo? Forse grazie alla “normalità” dei personaggi. Scelti in un ambito ben definito ma non per questo meno emblematici, l’attenzione si concentra sulla normalità dell’angoscia, dell’odio, della trasgressione, della violenza. Che non è solo degli attori, ma propone gli stessi vizi e gli stessi comportamenti degli spettatori. Dopo il trionfo sul palcoscenico di Broadway la commedia ha fatto ben presto il giro del mondo, ottenendo ovunque un grande successo di critica e pubblico. A Stoccolma il testo interessò subito Ingmar Bergman mentre in Italia e in Francia toccò a Franco Zeffirelli portarlo al trionfo, molto prima della trasposizione cinematografica con Elizabeth Taylor e Richard Burton.

L’attualità dell’opera non risiede nella drammaticità dell’intreccio che, ai tempi, scandalizzò per la sua spregiudicatezza. Fu visto, infatti, come una vera e propria fotografia dei cadaveri che la borghesia americana teneva nascosti negli armadi. Oggi, la vicenda narrativa appare solo un’estremizzazione delle commedie sulle crisi familiari a base di insulti e scoppi di aggressività. Ciò che scuote è l’implosione dei valori dell’Occidente. Quest’ultimo non riesce più ad adattarsi al nuovo cambiamento della storia e finisce per crollare. Non è un caso che George sia un professore di Storia. Allo stesso modo, non è casuale che la moglie (l’Occidente?) lo sbeffeggi soprattutto in relazione al ruolo che ricopre. Il marito non è riuscito a raggiungere la posizione sperata sia dalla moglie che dal padre di quest’ultima. Metaforicamente, i sogni di Martha sono caduti e cadono tuttora per una forte difficoltà a comunicare con la Storia. Non riesce a comprenderla. Non è in grado di seguire l’evoluzione dei suoi sviluppi. L’inferno della coppia si può guardare da tutte le angolature, l’agente segreto teatrale Albee ha frantumato ogni muro della sacra famiglia. Nel dittico in questione nulla è risparmiato a questa istituzione. Un piccolo spiraglio di pacificazione sembra ravvedersi nel dolore di tutti, unico lenitivo delle richieste d’amore mai appagate.

Sia Martha che George, rapiti dai loro egotismi, non sono consapevoli di fare teatro o, meglio, di mettere in scena la realtà. Il teatro, a differenza di un romanzo o del cinema che narrano un’assenza, testimonia il tempo presente. Costringe a prendere coscienza di sé. Nick e Honey ( la giovane coppia) che siano proiezioni mentali di Martha e George o dei semplici fantasmi non ci importa granché. Nelle parole che usano e nei loro comportamenti ci indicano una possibile risposta su come possono essere diventate o diventare le nuove generazioni.

Mariangela Melato è bravissima nel passare da un registro all’altro del suo inquieto personaggio. Sa scendere dentro l’abisso della disperazione senza mai perdere grinta e lucidità.

TEATRO STABILE DI GENOVA
COMPAGNIA LAVIA
regia Gabriele Lavia
scene Carmelo Giammello
costumi Andrea Viotti
musiche Andrea Nicolini
con Mariangela Melato, Gabriele Lavia
in scena al Teatro Argentina dal 10 al 22 gennaio