Dopo il successo alla Berlinale, esce sabato nei nostri cinema “Paradise Now”, un film destinato a far discutere, visto che racconta le ultime 24 ore nella testa di un kamikaze. Un film patrocinato da Amnesty International.
Alla conferenza di presentazione del film sono presenti, Hany Abu-Assad e il Responsabile Coordinamento Estremo Oriente Amnesty International. Mike Corradi. E’ proprio quest’ultimo a prendere per primo la parola. Fa bene, non solo perché la pellicola ha ricevuto all’ultima edizione del Festival di Berlino il premio Amnesty International, ma soprattutto perché “il cinema – dice Corradi – esattamente come Amnesty ci mostra dei drammi umani. Ha la capacità di penetrare all’interno di certe situazioni e presentarci uno scorcio di vita”. Corradi spiega, nel dettaglio, le motivazioni del premio che non si risolvono unicamente in una logica di sensibilizzazione ma si estendono ad una reale promozione della difesa dei diritti umani con la speranza che il mondo del cinema continui a dedicare energie a questi temi.
Fin dall’inizio dell’incontro con la stampa il regista Hany Abu-Assad esorta, invece, i giornalisti a fuggire le domande che riguardano direttamente la questione arabo-israeliana. Si limita a ricordare come Israele non abbia un reale interesse a risolvere la questione e, quindi, a riconoscere ai palestinesi gli stessi diritti degli israeliani. “La Palestina non è una terra. E’ diventata una causa! Abbiamo una società non sana, non salubre. I palestinesi vivono sotto occupazione da sessant’anni. Il giorno in cui saremo veramente liberi, parleremo di questo. Per ora mi limito a fare un film sul cinema. Non avevo bisogno di fare una pellicola per esprimere il mio parere. Il mio intento era quello di realizzare semplicemente un’opera cinematografica. Raccontare un dramma della vita di due persone molto complesse. E farlo nella maniera più realistica possibile. Durante la lavorazione, ero troppo preso dallo storytelling per preoccuparmi dei fatti strettamente politici legati alla pellicola”.
“Rendere visibile l’invibile. Racconto ciò che non si vede”. Con queste parole succinte ma immediate, il regista palestinese ci trasmette la sua idea di cinema che fin da piccolo ha seguito con un amore spasmodico. Inizialmente, confessa di aver amato i western, i musical indiani e i melò arabo-turchi. In un secondo momento è arrivata la passione per alcuni registi italiani che hanno dato, a detta di lui, tanto alla settima arte: Bertolucci, Visconti, Pasolini su tutti. Girare questo film non è stata impresa facile. Non solo a livello operativo ma anche in termini concettuali. La troupe di lavoro è stata, infatti, oggetto di violenze e minacce da parte dell’esercito israeliano. In alcuni casi sono stati, addirittura, bersagli di missili. Secondariamente, il regista ha fatto di tutto per riportare diversi punti di vista al fine di evitare qualsiasi accusa di propaganda. La documentazione fatta da Abu-Assad prima della realizzazione del film è stata molto accurata. Numerose le ricerche e molte le persone intervistate. In particolare, viene ricordata la figura di un avvocato che difende i kamikaze che ora si trovano in prigione per aver fallito la propria “missione” causa fattori esterni alla loro stessa volontà. Fa l’esempio di alcuni che sono stati incarcerati semplicemente perché il meccanismo di innesco della bomba non era scattato. Infine Abu-Assad fa bene a ricordare come ci siano stati diversi limiti nel budget. I finanziamenti sono per lo più europei. C’è stato un co-produttore israeliano ma quando a Israele sono stati chiesti degli aiuti economici non sono arrivati. Il regista conclude, però, quasi in maniera cuastica: “ Non sarebbe cambiato nulla. Non avrei fatto un altro film se avessi avuto più soldi”. La pellicola uscirà a Novembre in Israele.






