“CRISTO DI È FERMATO A EBOLI” DI CARLO LEVI

L’introduzione al mistero

Su Cristo si è fermato a Eboli è stato scritto molto. L’opera più importante di Carlo Levi, e contemporaneamente quella più difficile; ma osteggiata e poco capita, soprattutto all’inizio, dopo la pubblicazione con Einaudi nel 1945. Perché è un’opera che parla di cafoni e di signori, e li chiama con il loro nome; parla di superstizioni pagane e di assoluta latitanza dello stato sociale; parla di una povertà che non si sarebbe voluta sentir narrare.

Carlo Levi fu pittore e scrittore della corrente neorealista, antifascista militante della prima ora, e poi medico, intellettuale. Cristo si è fermato a Eboli racconta di un mondo nascosto, quello delle terre di Lucania, dove Levi fu costretto al confino dal regime nel 1936. Fu detto: una rivelazione. Per primo Carlo Levi narrò di un pezzo d’Italia che sembrava essersi perso nel tempo, fermo al tempo dei briganti tanto ammirati dai contadini. E per primo, anche, raccontava di un luogo dimenticato non solo dai centri di potere, dai governi, dagli interessi economici: ma dimenticato pure da Dio.

Cristo si fermò a Eboli, in provincia di Salerno, perché fino a lì arrivavano la strada e la ferrovia. Varcato il confine con la Campania, per arrivare a Gagliano (sulle carte non c’è, il nome vero è Aliano), è tutto un susseguirsi di calanchi d’argilla, burroni e strapiombi, lande aride e improvvisamente verdissime. Un posto dove regna padrona una parola: isolamento. Gagliano è il luogo dove lo scrittore trascorse la maggior parte del suo esilio, un luogo dove ancora oggi la natura prevale: è immensa e sovrasta l’uomo, perché l’orizzonte – letteralmente – si perde.

E se già fu un miracolo che un medico intellettuale torinese, iniziato alla pittura da personalità del calibro di Amedeo Modigliani, sopravvivesse ad un luogo dove la civiltà sembrava non essere un termine conosciuto, miracolo ancora più grande fu che Carlo Levi, di questo posto, si innamorasse, tanto da decidere di farvisi seppellire. Dalle pagine di Cristo si è fermato a Eboli – che è un capolavoro della letteratura italiana del novecento, con uno stile sobrio, ironico, elegante – emerge un’ammirazione profonda e una stima autentica verso i contadini di Gagliano. Una pietas, e insieme un amore per delle genti che nulla avevano da perdere, rassegnate ad una vita da ultimi, eppure fiere, riconoscenti, sagge.

Memorabili le descrizioni del caldo soffocante che impediva il normale svolgimento della vita; o le pagine dedicate al rapporto quasi magico tra il contadino e la sua bestia, che – in special modo la capra – era considerata animale diabolico, posseduto dagli spiriti; o ancora, di una forza spiazzante le parole spese da Levi per spiegare le dinamiche sociali – una donna stava chiusa in casa per tre anni per il lutto del padre – che regnavano nella no man’s land. Così come preziose sono le pagine che descrivono la Matera dei sassi, malarici e miseri, quando questi erano ancora abitati; e anticipatrice dei tempi è l’analisi politica sui processi che hanno portato il Sud Italia ad un sentimento di distacco da uno Stato accentratore.

Un libro che porta su di sé una carica sociale fortissima, che si schiera, che ha il coraggio del prendere posizione. E che contemporaneamente è un romanzo piacevolissimo e non dimentica la raffinatezza dello stile, la profondità del sentimento, la capacità del coinvolgimento emotivo. Un libro che parla di uno stupore grande e incomprensibile, se non preceduto da un lungo periodo di rispettosa e silenziosa osservazione. Ed ecco allora che Cristo si è fermato a Eboli non fu un rivelazione. Fu, piuttosto, un’introduzione ad un mistero, ad un mondo magico ed impenetrabile, arcaico e superstizioso, eppure vero, che forse, oggi, non esiste più. Ma che rimane, per sempre, salvato dalle pagine magistrali di un confinato politico che conobbe la fratellanza.

Carlo Levi, Cristo si è fermato a Eboli, Einaudi, 2005, XIX-242 p., brossura, € 9,80,
Foto a cura di Marianna Sassano Copyright © Marianna Sassano – NonSoloCinema