Quindici anni sono un periodo di attesa spaventoso, specie se si parla di musica, soprattutto se si parla di musica, specie se si parla di una delle band più famose del mondo: dopo il mediocre, ma comunque remunerativo, The Spaghetti Incident, il quinto album della band californiana è stato talmente annunciato, rinviato e spostato, da essere diventato una presenza ectoplasmatica, una sorta di zimbello e spauracchio, il nome di una leggenda, il mostro di Lockness della musica. E invece, Chinese Democracy è finalmente uscito e i suoi brani, benché più volte suonati live dalla band, sono ora alle nostre orecchie.
E l’attesa di tre lustri, il cambio di innumerevoli formazioni (della band originale rimangono solo Axl Rose e Dizzy Reed) e i molti rimaneggiamenti compositivi si fanno sentire, non solo nel suono a volte un po’ goffo e poco chiaro del disco, nella voce di Axl – ormai 46enne – che pare incerta, ma soprattutto nelle scelte musicali che danno al disco il volto, ovvio e forzato, dell’oggetto non identificato e di difficile comprensione.
Il rock duro, grezzo, trascinante non solo nei ritmi, ma anche in un uso capace della melodia – non solo come ovvio nelle ballads) – sembra perso in quel 1993, lasciando il posto a diversi e contraddittori tentativi di modernizzazione: il rock resta, così come una certa verve provocatoria dei testi (Rihad and the Bedouins vorrebbe essere la nuova Once in a Million), ma si mescola – a volte verrebbe da dire si corrompe – da strascichi industrial, da drum machine quasi pop, da blandi rimandi a un rock adulto, influenzato dai Queen. Ma l’amalgama non funzione sempre a dovere e – al di là delle recriminazioni di fans e puristi – lo spessore delle canzoni qua e là tradisce l’ascoltatore.
Già l’avvio non mente in proposito: Better sembra un pezzo pop spacciato per new-rock, con le chitarre rombanti ma plastificate, la batteria piatta e fastidiosi coretti in falsità. La strada per il rinnovamento dovrebbe passare per l’ispirazione sincera, ma questa a tratti latita nel brano, sostituita da una voglia di chiudere i conti con un disco fin troppo pesante da mandare avanti: la title track mostra le caratteristiche del disco, tra le quali la poca convinzione, ma almeno ha un look più coinvolgente, Madgascar mette in piedi ambizioni led zeppelinane irrisolte, ma almeno dimostra consapevolezza, mentre If the world è una vera pessima canzone, scritta male e suonata peggio, indegna di un gruppo come quello di Rose.
La potenza dei suoni, soprattutto dei ritmi, lascia lo spazio a tempi medi e qualche lento di medio-basso profilo, che sembrano uscire da pop-band adolescenziali, o a gruppi imbolsiti come Bon Jovi, e che sacrificano le chitarre di Ron Thal (ottimi i suoi assoli) per le tastiere di Reed e Pitman, per l’elettronica male applicate ai brani, per la voce estremizzata di Axl, a volte irriconoscibile. Non che manchino brani discreti, o momenti efficaci (Silkworms o Catcher in the rye), ma il disco sembra il segnale di una band che, pur di non passare inosservata, finisce per farsi ridere dietro.
Brani
_ 1. Chinese Democracy
_ 2. Shackler’s Revenge
_ 3. Better
_ 4. Street of Dreams
_ 5. If the World
_ 6. There Was a Time
_ 7. Catcher in the Rye
_ 8. Scraped
_ 9. Riad n’ the Bedouins
_ 10. Sorry
_ 11. I.R.S
_ 12. Madagascar
_ 13. This I Love
_ 14. Prostitute





