Dopo una pressoché unanime acclamazione di pubblico e critica a Venezia, è stato presentato alla stampa italiana (con il nuovo titolo per il mercato italiano) l’ultimo film del regista franco magrebino Abdellatif Kechiche.
Le domande che i giornalisti hanno saputo proporre durante la conferenza stampa sono riuscite solo in piccola parte a illuminare l’importanza e la “piccola grandezza” di Le graine et le mulet (questo il titolo originale del film). Primo punto, l’origine del progetto. Il regista è diretto discendente della generazione di migranti che a cavallo tra gli anni Cinquanta e Sessanta raggiunsero la Francia, le città più grandi del paese, per costruire per sé e per la propria famiglia un nuovo possibile avvenire. Il film mostra, attraverso il volto stremato ma fiero del protagonista Slimane, il rifiuto che ancora la società francese oppone a quella stessa generazione – artefice, almeno in parte, della moderna Francia progressista – francese tanto quanto i suoi oppositori; e mostra pure una certa disgraziata indifferenza di alcuni dei discendenti di quella generazione di migranti, incuranti e ingrati, inconsapevoli calamità di loro stessi.
Ma Kechiche ha rimarcato un aspetto altrettanto interessante, e invece generalmente poco discusso dalla critica: il film diventa narrazione politica quando dice con immagini di tormento che la buona volontà dell’individuo non può tutto, e rischia invece l’annullamento e la rovina senza la solidarietà degli altri, senza la ricerca e il compimento della dimensione e della dinamica relazionale. Contro l’ideale neo-occidentale – cioè del “nuovo” occidente vastamente colonizzato e convertito dalla dottrina capitalistico-protestante degli U.S.A. – del self made man, del mito dell’uomo onesto la cui buona volontà, da sola, può spostare i monti e svuotare i mari, Cous cous pone la forza d’un uomo, che da solo vuol provvedere al futuro dei figli, e poi l’estenuante ostacolo, il quesito senza soluzione che il rifiuto sociale gli getta addosso.
Secondo punto, la vitalità estetica della pellicola. Il film di Kechiche insegue caparbiamente e realizza il “più grande miracolo che il cinema possa compiere” (parole pronunciate dal regista durante la conferenza stampa): dall’artefazione del set, dal calcolo del progetto della messa in scena, prodigiosamente, quasi in una vera e propria apparizione, la realtà affiora e si mostra. In un “ritorno al futuro” nella scia delle varie nouvelle vague europee ed extra-europee che sorsero intorno ai leggendari anni Sessanta, la pellicola recupera una rara capacità di capire e soprattutto di raccontare il presente – secondo un codice complesso qual è quello del cinema – da anni quasi completamente smarrita nel mare magnum della “produzione audiovisiva”. Quello che in parte spiega il notevole risultato è forse il lavoro con gli attori di cui Kechiche ha parlato ai giornalisti. Dai suoi inizi come attore di cinema (carriera che il regista non ha mai del tutto interrotto), il regista ha ottenuto una particolare e specifica sensibilità che gli consente di “sentire gli attori” (di nuovo riportiamo le parole di Kechiche), prevedere le loro domande, trovare facilmente le soluzioni ai loro problemi; viene poi l’attenzione e la cura per ciascuno di loro, ai quali Kechiche si relaziona scegliendo per ciascuno una diversa strategia di lavoro, e che, infine, non dimentica di mettere in tensione armonica impegnandoli in numerose prove collettive di esclusiva “convivenza scenica”.
La durata del film nel suo complesso e la lunghezza dell’ultima scena in modo particolare – articolata secondo il più classico e brillante dei montaggi paralleli – stanno a sigillo d’un progetto di grande coraggio ma ancor più di grande libertà.






