Daratt (Siccità) di Mahamat Saleh Haroun

Concorso lungometraggi Finestre sul mondo
Le case bianche tutte uguali su un paesaggio arido e quasi desertico, alcune in costruzione; un anziano cieco chiama il nipote Atim per ascoltare il discorso del presidente, che annuncia un’amnistia a tutti i criminali di guerra dopo quaranta anni di lotta; la gente indignata corre, ma i rumori degli spari la sparpaglia. Atim rimane solo, attorno a lui solo scarpe colorate, appartenute a coloro che sono morti sacrificando la loro vita per un futuro migliore che forse non ci sarà.

È l’incipit di questo lungometraggio, che già delle prime sequenze ci avverte su come il cammino verso il perdono nei paesi che hanno vissuto guerre civili, come il Ciad, non è sempre facile.
Atim, protagonista straordinario, del film di Mahamat Saleh Haroun si muove su un doppio binario: vendetta e perdono; verità e riconciliazione. Ha appena sedici anni, riceve dal nonno la pistola che era del padre, per andare da Nassara, l’uomo che ha ucciso suo padre e fare giustizia. Inizia la sua missione. Lo trova, lo insegue, lo scruta; ma qualcosa lo turba, come quegli attimi di luce che avvolgono le passeggiate con il suo amico, prima di staccare e rubare i neon delle strade.

Nassara sembra un buon uomo: va a pregare, distribuisce pane a coloro che ne hanno bisogno e dà un lavoro ad Atim all’interno della sua panetteria.
Accolto all’interno della sua dimora, impara con amore e rispetto il mestiere di panettiere e a relazionarsi positivamente con la giovane moglie di Nassara, la quale aspetta un figlio. I due sembrano padre e figlio, ma l’odio è sempre lì incombente. Atim è continuamente in lotta con se stesso; si assiste alla presenza di due personalità; una pronta alla vendetta, l’altra disponibile al lavoro, ad una vita nuova. Più volte lo vediamo pronto ad impugnare l’arma, ma lo sguardo di Nassara, i suoi gesti amorevoli verso di lui, i suoi silenzi, la dedizione al lavoro, lo bloccano.

Questa lotta interiore di Atim è ben evidenziata dal regista: quando ci propone le varie fasi del suo lavoro, la fatica è ben visibile nelle inquadrature del viso sudato e nelle mani, impegnate nell’impastare, pressare, infornare e sfornare il pane, simbolo di vita (vita di Nassara, che da lui dipende). Infatti si prende cura di lui quando sta male, lo consola per la perdita del figlio, nel momento più doloroso della sua vita, ma non accetta di chiamarlo padre e di farsi adottare. La sua rabbia e il suo odio è così forte nei confronti di quest’uomo e della guerra subita che, durante una passeggiata notturna, ucciderà un soldato.
Nassara lo segue per conoscere la sua famiglia e chiederle di adottarlo. Lo conduce nel deserto, dove il nonno è in meditazione, lo umilia, spogliandolo delle vesti, e spara in aria colpi di pistola.
Atim è ormai un uomo, afferma il nonno cieco, la sua missione è conclusa: ha scelto la verità, il perdono.
Mahamat Saleh Haroun ci offre un film ben costruito nella sceneggiatura e nel montaggio, ricco di simboli e metafore, che accompagnano il protagonista in questa sua dolorosa e coraggiosa scelta del perdono, spiazzandoci in questa sequenza finale ed emozionandoci tantissimo.

Regia: Mahamat Saleh Haroun
Sceneggiatura: Mahamat Saleh Haroun
Fotografia: Abraham Haile Biru
Montaggio: Marie-Hélène Dozo
Suono: Dana Farzanehpour
Musica: Wasis Diop
Interpreti: Ali Bacha Barkaï, Youssouf Djaoro, Aziza Hisseine, Djibril Ibrahim, Fatimé Hadje, Khayar Oumar Defallah
Formato: 35 mm
Durata: 95 min.
Versione originale: Francese e arabo
Produzione: Chinguitty Films, Goï-Goï

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