“Dearest” di Peter Ho-sun Chan

Chi l'ha visto Pengpeng?

Venezia 71. Fuori Concorso
Due genitori di Hong Kong perdono il figlio di pochi anni e lo ritrovano anni dopo in un villaggio della provincia cinese. Dramma familar-legale cinese: molte lacrime e poco sale.

Shenzhen. Nonostante il divorzio e un nuovo matrimonio, resta un vincolo indissolubile a legare Lu Xiao-Juan al suo ex-marito Tian Wen-Jun: il loro figlio di pochi anni Pengpeng. Un giorno il piccolo si allontana dal negozio del padre e non fa più ritorno. Fuori di sé, i genitori lo cercano per tutta la città ma dopo ventiquattr’ore non resta loro che fare denuncia di scomparsa. Un filmato delle telecamere di sicurezza riprende Pengpeng mentre viene caricato su un treno da un estraneo, ma da lì in poi si perdono le sue tracce. Nonostante il dolore e il senso di colpa, negli anni Tian e Lu non si arrendono e cercano in tutti i modi di scoprire dov’è loro figlio, con appelli pubblici e promesse di ricompense, aiutati da un gruppo di genitori che come loro hanno smarrito i propri figli. Tre anni dopo, lo troveranno finalmente in un villaggio della remota provincia cinese, dove una contadina di nome Li ha cresciuto lui ed un’altra bambina come fossero figli suoi. Riescono a riportare Pengpeng a Hong Kong, ma il bambino è cambiato e non riconosce più nei loro i suoi genitori, mentre la sorella viene trasferita in un orfanatrofio. Dopo qualche mese di prigione, Li arriverà in città decisa a riportare quelli che lei considera i suoi figli a casa, con l’aiuto di un avvocato.

Regista di successo soprattutto in madrepatria, Peter Ho-sun Chan torna dietro la macchina da presa e alla Mostra del Cinema di Venezia (dove nel 2005 aveva presentato il film di chiusura Perhaps Love) con una storia vera già raccontata in un documentario. Con il consueto eclettismo, che spazia dal film di guerra al musical, si cimenta questa volta nel dramma familiare e legale, gettando uno sguardo sul rapido cambiamento della società cinese e i suoi profondi divari economici e culturali. Pengpeng cresce sospeso tra i grattacieli di Shenzhen, dove una classe media in continua espansione cerca il suo spicchio di benessere nel cuore del vorticoso miracolo cinese, e lo sconfinato entroterra rurale che arranca ad anni luce da quel sogno.

Su questo complesso (e già noto) panorama, si aprono le cataratte della lacrima ininterrotta dopo il primo quarto d’ora. Ancora una volta, Chan non teme il confronto con generi diversi, ma soprattutto non esita a schiacciarne il pedale del turboreattore. Così, fra una ripresa patinata ed un tuono di violini (le sue maggiori cifre stilistiche), scorrono veloci come il collirio le scene madri da tragedia privata di un tranquillo pomeriggio televisivo, fino a scrosciare in un finale che riappacifica tutti meno che gli spettatori.

Non un cattivo prodotto, ma appunto un prodotto di rapido consumo. Tutti possono dirsi contenti alla fine. Il cast stellare di aver dato prova che lo spettro della smorfia da genitore disperato è pressoché infinito, il regista di aver confezionato un altro blockbuster che incasserà tanti yuan quanto i fazzoletti consumati dal pubblico, e lo spettatore di aver strizzato a fondo le ghiandole lacrimali. Pronto subito dopo, però, a cambiare canale e a chiedersi cosa danno sul due.

Titolo originale: Qin’ai de
Nazione: Cina
Anno: 2014
Genere: Drammatico
Durata: 133′
Regia: Peter Ho-sun Chan
Cast: Zhao Wei, Huang Bo, Tong Dawei, Hao Lei, Zhang Yi
Produzione: WE Pictures, Alibaba Pictures Group, Stellar Megaa Films, J. Q. Pictures Limited, Enlight Pictures, Shanghai Real Thing Media, Huang Bo Studio, Pulin Production
Distribuzione: WE Distribution
Data di uscita: Venezia 2014 – Fuori Concorso