“Don Pasquale” al Teatro Olimpico di Vicenza

Una rivisitazione in chiave contemporanea dell’opera di Donizetti, convincente con qualche debolezza

Il Teatro Olimpico di Vicenza, si sa, pone non pochi problemi all’uso di scenografie elaborate: dotato di una scena fissa autorevole, e di un palcoscenico poco profondo, induce spesso ad allestimenti scarni, dove l’oggetto scenico serve più che altro a scandire gli spazi, lasciando da parte ogni tentativo di definizione realistica ed invitando lo spettatore a lavorare d’immaginazione.

Il Don Pasquale di Francesco Bellotto, con le scene di Massimo Cecchetto e Serena Rocco, non ha fatto eccezione: prima che l’Orchestra di Padova e del Veneto, diretta da Giovanni Battista Rigon, iniziasse l’Ouverture, il palco dell’Olimpico si è presentato piuttosto spoglio. Sulla destra, un piccolo spazio quadrangolare era occultato da semplici cortine rette da sostegni metallici. Vi era poi, accanto, una scala metallica su ruote; ed infine, una serie di finte statue di veneri, tutte identiche tra loro.

Ma il senso della scenografia minimalista, stavolta era diverso dal solito. E qui stava una delle intuizioni più brillanti di questo allestimento: non ignorare il contesto palladiano della messinscena, ma anzi sottolinearne la presenza, facendolo interagire (anche in maniera stridente) con la storia e le circostanze dell’opera.

Ecco allora, durante l’Ouverture, una pantomima (già iniziata prima che l’orchestra attaccasse, a dir la verità) di turisti in visita al teatro, intenti a scattare foto ed a chiedere delucidazioni alle guide turistiche. I vandalismi di un visitatore, che arriva a disegnare su una delle classicheggianti veneri, sollecitano l’ingresso in scena di Don Pasquale (Lorenzo Regazzo), cultore di Palladio al punto tale da tenere spesso con sé, accarezzandolo amorosamente, un ritratto dell’architetto veneto. Ma questo Don Pasquale, di cui l’Olimpico sembra dunque essere l’abitazione privata, è in realtà uno stravagante cittadino dell’età contemporanea: un burbero anziano che, come nell’opera originale, cerca una sposa per poter diseredare il nipote Ernesto, e per farsi seduttore non disdegna occhiali di plastica color rosa fluorescente o pose giovanilistiche che ne enfatizzano la goffaggine. Del resto, i suoi “sfidanti” sono tutti d’un’altra generazione: il nipote (Emanuele D’Aguanno), il “dottore” Malatesta (Gabriele Nani) e Norina (Federica Carnevale) sono parte di un mondo dove le lettere d’amore arrivano per sms o tramite netbook, dove pare “sopravvivere” solo chi si adatta ad ogni moda e frivolezza della società dello spettacolo. Norina/Sofronia inganna Don Pasquale con un book fotografico; ed il suo ingresso nell’”olimpica” magione dell’anziano, come finta sposa, porterà le veneri statuarie ad essere frantumate, pitturate ed agghindate di tubi metallici. Solo alla fine, buggerato ma felice, a Don Pasquale, il palladiano fuori dal mondo, sarà concesso riabbracciare una statua integra e bianca.

Buono, dunque, il contrappunto narrativo sovrapposto all’originale donizettiano: sopra le righe, in certi momenti, ma infine apprezzabile per coerenza e spirito. Spirito, tra l’altro, ben sostenuto dalla presenza istrionica di Regazzo, che in Don Pasquale ha infuso un carattere buffo, frenetico, ma assolutamente credibile anche quando più macchiettistico. Del resto, la vocalità di un basso come Regazzo, controllata e morbida anche nei passi scopertamente virtuosistici, trasmette un costante senso d’autorevolezza su cui ben si reggono anche occasionali arguzie un poco più sfacciate.

Di livello più che buono anche il lavoro di Gabriele Nani, per il suo Malatesta la cui ricchezza di idee di pura recitazione non ha precluso un canto sempre pieno e solido, anche nelle circostanze più impervie. Meno efficace, invece, Emanuele D’Aguanno, che è apparso spesso alla ricerca di una vocalità potente, con risultati però un po’ forzati.

Per Federica Carnevale occorre fare un discorso a parte. Nell’allestimento vicentino, infatti, la parte di Norina non è stata quella di soprano dell’originale, ma quella della cosiddetta “variante Viardot”. Pauline Viardot, sorella di Maria Malibran, nel 1845 interpretò Norina al Teatro Imperiale di Pietroburgo: la sua tessitura vocale da mezzosoprano richiese però un adattamento della parte. Sempre a Pietroburgo, la Viardot scelse di sostituire il rondò finale di Donizetti con un’aria del compositore irlandese Michael William Balfe. Per questo, all’Olimpico, in onore dei cento anni dalla morte della Viardot, si è eseguito in conclusione il rondò da The Maid of Artois, e la Carnevale ha adottato la tessitura da mezzosoprano. Il risultato, però, non è stato del tutto solido: alla sottrazione degli acuti non ha infatti fatto da contrappeso uno sfruttamento espressivo dell’acquisito registro più grave. Al di là di questo, va tuttavia sottolineata la bella definizione della dizione, in potenza e chiarezza, tratto importante in un allestimento dove l’accento è messo sulla drammaturgia.

Federica Carnevale è in effetti una degli interpreti che meno hanno sofferto di un’Orchestra scattante e decisamente apprezzabile in sé, ma sin troppo invadente, a volte, in quanto a sonorità. Sarebbe stata forse necessaria la ricerca di un suono meno corposo, considerando che pure dal punto di vista dell’acustica, e non solo della scenografia, l’Olimpico è un teatro che propone non comuni difficoltà.

Teatro Olimpico, Vicenza, ore 20,00
Gaetano Donizetti, DON PASQUALE
(in collaborazione con la FONDAZIONE DONIZETTI di Bergamo)
Dramma buffo in tre atti (Parigi, Théâtre de Italiens, gennaio 1843), ricostruzione della versione con mezzosoprano, nel centenario della morte di Pauline Viardot
Don Pasquale: Lorenzo Regazzo – Malatesta: Gabriele Nani – Ernesto: Emanuele D’Aguanno – Norina: Federica Carnevale – Un notaro: Yiannis Vassilakis
Coro Dodecantus (maestro del coro Marina Malavasi)
Francesco Bellotto regia
Orchestra di Padova e del Veneto
Giovanni Battista Rigon maestro concertatore e direttore
www.olimpico.vicenza.it