Giancarlo Giannini racconta come “Ti ho cercata in tutti i necrologi”
Riuscire a intervistare Giancarlo Giannini è un’esperienza a dir poco incredibile, che ti lascia senza respiro. Prima di tutto perché è un punto fermo, una stella polare, attore comico e drammatico del cinema italiano. E poi è personaggio sorprendente, infaticabile e umanamente energico, che mette e trasmette passione in quello che fa. Anche se quello che fa, come il suo secondo film da regista Ti ho cercata in tutti i necrologi ci ha lasciati fin troppo perplessi, insomma non ci è piaciuto; ma come ci ha ripetuto più volte in questa intervista “Io mi diverto. Io sono un entusiasta, mica faccio i film per analizzarmi!”
Qual è stata l’ispirazione per questo suo film?
“Me l’avranno raccontata trent’anni fa, questa storia. E’ una storia vera, dove in Africa si cacciava l’uomo. Personaggi stanchi di cacciare animali, organizzavano una caccia all’uomo. All’epoca pagavano circa un milione, che poi andava o alla preda se sopravviveva oppure alla sua famiglia. Tra l’altro mentre giravamo il film, a Toronto, su internet era apparsa la notizia di un signore che si offriva come preda per 25,000 dollari. Quindi mi era venuta l’idea di raccontare l’uomo in questa società. È un film pieno di simboli.”
Non pensa sia un film troppo inquieto?
“Ma io ho fatto un film semplicissimo. Certamente non è un film convenzionale, ma io mi sono divertito a farlo. Volevo fare questo film e l’ho fatto. Punto. E poi guarda, io ho simulato e mescolato gli stili. Mi piace sperimentare, mi diverto. Ho sempre “il fanciullino” dentro di me. Amo raccontare. Ho voluto raccontare attraverso immagini anche visionarie, ma del resto se non lo facciamo al cinema quando lo facciamo? In una scena mi si vede vestito da coniglio: beh, volevo vestirmi da coniglio e l’ho fatto, mi piacciono i cartoni. Non è un film difficile.”
Come è stato mettersi dietro la macchina da presa dopo vent’anni?
“Ho avuto dei problemi con la co-produzione e per questo abbiamo dovuto cambiare location – abbiamo girato sì in Canada, ma anche in Italia – e la lavorazione è stata molto lunga. È stata una sfida. Certo è stato difficile fare il regista e l’attore principale e poi considera che con tutte quelle scene d’azione io mica ho avuto una controfigura… alla mia età poi! Sono soddisfatto del lavoro che ho fatto. Certo non lo sarò per gli incassi. Del resto non è facile fare il regista, a me piace è un modo di comunicare. In ambito di produzione ci sono sempre delle difficoltà. Io sono responsabile di questo film, l’ho voluto io. Il regista deve essere un buono psicologo con i suoi attori, deve essere anche un po’ architetto e conoscere la prospettiva.”
Lei ha lavorato con tantissimi registi, si è ispirato a qualcuno di loro in particolare?
“Certamente. Io ho imparato tantissimo da Lina Wertmüller, che a sua volta fu assistente di Fellini. E poi da Fassbinder. Ogni regista ha un suo modo di raccontare e io ho assorbito da ognuno di loro. Ho imparato da tutti. Mi piace il cinema del passato. Quello che dico sempre ai miei allievi del Centro Sperimentale è di copiare, di imitare. È bello copiare, perché poi alla fine non si copia mai. Dico sempre loro di guardare, di cercare, di carpire i segreti; poi quello che loro faranno copiando diventerà qualcosa di unico. Tutti i registi con cui io ho lavorato mi hanno dato qualcosa e io l’ho afferrato coscientemente o a volte senza accorgermene. Insomma è bello fare cinema. Un’altra cosa che dico sempre ai miei ragazzi è che non sono loro a recitare, ma il pubblico, che vuole ridere, piangere, soffrire.”
Questo film è girato in inglese, com’è stato doppiarsi? È più facile doppiare Al Pacino o sé stesso?
“E’ più facile doppiare gli altri attori che sé stessi, perché ti spersonalizzi, ti liberi. Devo dire che questa volta non ho avuto difficoltà a doppiare me stesso, perché recitavo in inglese.”
Come è avvenuta la scelta del titolo del film Ti ho cercata in tutti i necrologi?
“Prima di tutto è una battuta che dico io… Il titolo originale è The gambler who wouldn’t die
che sarebbe “il giocatore che non voleva morire” … ma gambler è colui che sfida tutti, non avrei potuto tradurlo con giocatore.”
Come è cambiato il modo di fare cinema o cosa vuol dire fare cinema oggi?
“Fellini diceva che un giorno “andremo al cinema come in un museo” e aveva ragione. C’è un modo diverso di percepire l’immagine, il futuro è dei giovani. Io per questo film ho fatto tutti gli storyboard, ho pensato e ho ragionato. E fare gli storyboard è entrare con la fantasia nell’immagine, è capire se quel divenire di sintesi di immagini funziona. Per fare cinema è importantissima la scenografia, la prospettiva, la luce… ah, la luce recita per te! In questo film sono andato alla ricerca dell’identità dell’uomo. E la cosa bella è fare quello che si vuole: leggere i libri che vuoi, farti il risottino alle 5 della mattina. Ho voluto parlare della morte in modo curioso.
Chi, del resto, dice come si deve fare cinema? Non c’è mica una regola, sai?! Io ho giocato con le battute che sono un sottotesto.
Fammela dire un’ultima cosa: il cinema italiano va sostenuto! Il cinema italiano ha bisogno d’aiuto. Dicono che manca di coraggio e poi quando lo tiriamo fuori hanno sempre tutti da ridire.”